Le parole dell'educazione

 
"Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola.
A volte ne scrivo una e la guardo fino a quando non comincia a splendere"
Emily Dickinson
 

La rubrica di Bambini riprende alcune tra le parole più significative dell'educazione, ripercorrendone i significati e aprendo a nuove stimolanti riflessioni. Ecco le parole pubblicate

A  Affetti, Agency, Anima, Arte, Atmosfera, Attenzione, Avventura B Biodiversità C Cambiamento, Canto, Città (Che Apprende), Collezione, Competenze, Condivisione, Consunzione, Contesti, Corpo, Creatività, Crisi, Cura  D Dedizione, Desiderio, Disegno, Diseguaglianze, Documentazione E Emozioni, Esigenza, Espressività F Famiglie, Filosofia G Gioco, Genere H Habitus I Identità, Imperfezione, Inclusione, Infanzia, Intercultura, Intimità L Lavoro, Lettura, Ludicità M Movimento N Narrazione, Nascere, Natura, Negligenza O Occhio, Osservazione P Pace, Paesaggi, Parola, Partecipazione, Poetica, Progetto Q Qualità R Regole, Riflessività  S Sguardo, Situarsi, Soglia, Spazio T Territorio, Transizioni 


Questo mese leggi: Filosofia

di Ilaria Rodella, co-fondatrice dell’Associazione Ludosofici

Come per ogni cosa complessa, il tentativo di trovare una definizione univoca è sforzo vano, oltre che limitante, ma, d’altro canto, la stessa definizione, sebbene mai definitiva, può essere anche molto utile al pari di una stella polare che indica la direzione a cui tendere. Ci sono alcune immagini che delineano con estrema chiarezza e sintesi quel senso di apertura, di ricerca e, soprattutto, di tensione che, a nostro avviso, incarnano l’essenza della parola Filosofia, soprattutto, in relazione alla dimensione dell’infanzia. La prima immagine che ci viene in aiuto è quella del filosofo Giorgio Agamben “La filosofia non è una sostanza, ma un’intensità che può di colpo animare qualunque ambito: l’arte, la religione, l’economia, la poesia, il desiderio, l’amore, persino la noia” (Agamben in Gnoli, 2016). Ci piace questa descrizione della filosofia come un’intensità, uno sguardo che anima contesti tra loro diversi, in quanto ciò che conta non è l’oggetto interrogato/analizzato ma il processo e il modo attraverso cui lo si guarda. E chi più dei bambini e delle bambine ha la capacità di mettere in dubbio e mostrarci porzioni di realtà che lo sguardo adulto non è più in grado di vedere o, più colpevolmente, non vuole vedere?

La seconda indicazione ci viene data dalla filosofa Simone Weil che scrive: “L’intelligenza può essere guidata solo dal desiderio” (Weil, 2008, p. 196). Soffermiamoci sull’etimologia delle parole citate: intelligenza che deriva dal composto delle parole latine inter- e lègere, ossia “leggere tra”, e desiderio che deriva dalla composizione della particella privativa “de” con il termine latino sidus, sideris che significa stella. Desiderare significa, quindi, letteralmente, “mancanza di stelle”, nel senso di “avvertire la mancanza delle stelle”, di buoni presagi, e quindi, per estensione, avere la percezione di una mancanza a cui segue la necessità della ricerca. Per Weil è la mancanza a sollecitare quello sguardo mai pago, desideroso di scavare e “leggere tra e oltre” il dato. Fa parte proprio della natura del bambino quella dimensione del desiderio dettata dal bisogno: bisogno di essere ascoltato, di essere conosciuto, di essere capito… Sospinto da questi desideri, il bambino attua una serie di strategie nel tentativo di scrostare dalla superficie del mondo quel cosiddetto senso comune che, troppo spesso, appanna la visione adulta del mondo circostante.
Sempre perché alla filosofia piace tirare fili e trovare connessioni, rivelatore in questi anni è stato l’incontro con la regista teatrale Chiara Guidi e la sua “pedagogia rovesciata”, secondo cui non sono i bambini ad aver bisogno di noi ma siamo noi adulti a necessitare del loro sguardo straniero, intuitivo e rivelatore, capace di mettere sottosopra le nostre certezze. È stata lei, con le sue parole, a permetterci di realizzare quello che l’esperienza con i bambini ogni giorno di rivela, ossia che “l’infanzia non è un pubblico pacificante, perché non è un pubblico che ti viene in-contro ma ti viene appunto contro, e ti porta in uno stato di precarietà e insicurezza, all’estrema fragilità del tuo pensiero. Ogni bambino è uno straniero che rompe gli schemi pacificanti(Camuffo e Videsott, 2023, p. 93).

Fa parte della costituzione stessa del bambino rompere e infrangere il pensiero, proprio come fa la filosofia che, come diceva lo stesso Agamben, è “come il vento o le nuvole o una tempesta: come queste, si produce all’improvviso, scuote, trasforma e perfino distrugge il luogo in cui si è prodotta, ma altrettanto imprevedibilmente passa e scompare” (Agamben in Gnoli, 2016).

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