In-comprensioni

Propone brevi approfondimenti tematici dedicati esplicitamente alle famiglie, da offrire come riflessioni o, ancor meglio, da utilizzare per aprire occasioni di confronto

di Daniela Mainetti, Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini

 

Chissà se ce la farò domani?

Questa volta ci vado, Inshallah!

Mio marito dice che sto solo perdendo tempo e pensa che dovrei stare a casa a occuparmi della cena e a riposarmi, visto che sono all’ottavo mese di gravidanza. Lui ritiene che non ci siano motivi per fare una riunione per bambini così piccoli. “Cosa ci sarà mai da dire su bambini di 5 anni? Sono loro le insegnanti, cosa c’entriamo noi genitori, che non sappiamo nulla?”. Continua a ripetermi queste domande, da giorni. Ho provato a spiegargli come funziona la scuola italiana, ma non riesco a fargli cambiare idea.

In realtà anche io, all’inizio, pensavo che fosse così. Ero convinta che, una volta iscritto a scuola, non mi sarei dovuta preoccupare di nulla. Immaginavo che non avrei avuto voce in capitolo sull’educazione scolastica di Jamal, pensavo che le maestre provvedessero a tutte le sue necessità. Anzi, all’inizio mi sentivo sollevata e alleggerita da un compito per me troppo difficile da portare avanti da sola, in un Paese straniero. Poi, con il tempo, ho capito che la nostra partecipazione era considerata importante. Non solo per i colloqui, ma anche per i laboratori, le uscite, le feste. Io, però, non ho mai partecipato, per vergogna e per pudore.

Quando abbiamo raggiunto mio marito Salah in Italia, Jamal aveva solo 3 anni. Io non mi ero mai allontanata da Béni Mellal e quando mi hanno accompagnata all’aeroporto di Marrakech ero terrorizzata. Scesa dall’aereo ho trovato subito Salah. È stato un momento bellissimo, indimenticabile. Entrambi eravamo così felici di poterci riabbracciare dopo un anno. A lui brillavano gli occhi e, quando ha preso in braccio Jamal, si è commosso. A parte il freddo glaciale che mi ha paralizzato il viso quando sono uscita dall’aeroporto, ho avuto da subito la certezza di aver fatto la scelta giusta. Qui potevamo costruire un futuro migliore per noi tre e per gli altri figli che sarebbero venuti, se Dio avesse voluto. Con questi pensieri ho iniziato la mia nuova vita in questo Paese. Non è stato semplice, anzi. Non conoscevo una parola di italiano. Ho trascorso i primi sei mesi praticamente chiusa in casa, con la sola compagnia della televisione e del tablet che mi permetteva di scambiare due parole con mia sorella e mia mamma. Per fortuna che c’erano loro a darmi consigli sulle mie difficoltà con Jamal, che faceva fatica a dormire e a stare chiuso nel nostro appartamento per tante ore.

Poi un giorno ho conosciuto Zahira, “colei che aiuta”, e di aiuto me ne ha dato tanto. L’ho incontrata al supermercato, mi si è avvicinata, si è presentata raccontandomi che era emigrata dal Marocco tre anni prima e che era arrivata in Italia con suo marito e tre figli, di cui uno, il minore, di un anno più piccolo di Jamal. Il mio bambino era incuriosito da questa situazione imprevista e rassicurato, almeno così mi è sembrato, dal sentirmi parlare la nostra lingua fuori dalle mura domestiche. Zahira è diventata presto il mio punto di riferimento. È stato grazie a lei che ho iscritto Jamal alla scuola dell’infanzia, l’anno scorso, quando aveva 4 anni.

I primi mesi di scuola sono stati un incubo. Né io né Jamal comprendevamo la lingua italiana e questo era un vero ostacolo al suo ambientamento e alla mia capacità di rispondere alle richieste delle mae­stre. Mi ricordo che al mattino lo lasciavo dentro alla sezione e poi scappavo velocemente, rispondendo bruscamente ai suoi pianti, non per severità, ma perché non sapevo cosa fare e non potevo comunicare con le insegnanti. Chissà cosa avranno pensato di me. Non potevano certo immaginare che il più delle volte, appena uscita, piangevo per il dispiacere e per la frustrazione.

Ora le cose sono molto diverse. Ho frequentato un corso di italiano per stranieri e inizio a usare con più facilità la nuova lingua; Jamal, dopo un anno faticoso, da settembre sta frequentando serenamente. Non ho conosciuto bene le altre mamme, le incrocio all’entrata e all’uscita, ma con alcune di loro ho scambiato qualche parola. Zahira ha continuato a essere il mio punto di riferimento. Anche le insegnanti l’hanno capito e, a volte, l’hanno coinvolta per tradurre delle comunicazioni che mi dovevano dare. Adesso, però, è tornata in Marocco da due mesi e rientrerà in Italia in primavera. Ieri l’ho sentita al telefono ed è stata lei a spingermi ad andare alla riunione. Mi ha rassicurato dicendomi che capirò tutto quello che diranno.

Ecco, sono arrivata. Quanta gente c’è! Ci sono quasi tutte le famiglie dei grandi, perché la riunione è sul passaggio alla scuola primaria. Loro lo chiamano, se non ho capito male, raccordo o continuità. Il primo termine non mi è chiaro, ma il secondo lo capisco bene, anzi, mi piace. Sì perché non so bene come funzioni il passaggio, ma se c’è una cosa che mi auguro con tutto il cuore è che le insegnanti rimangano sempre le stesse. Mi trovo bene con Maria e Lucia. Sono state molto accoglienti. Hanno sempre speso tanto del loro tempo a cercare di spiegarmi cosa faceva a scuola Jamal. A volte, a dire il vero, non capivo bene, ma loro ci mettevano il cuore. Spero che qualche mamma chieda se rimarranno loro con i nostri bambini, di certo io non ho il coraggio di farlo.

Inizia la riunione e Maria ci presenta la pedagogista della scuola, che è venuta a parlarci del passaggio alla scuola primaria. La ascolto con attenzione e capisco che ci vuole rassicurare sul fatto che li accompagneranno gradualmente, che i bambini, a settembre, saranno pronti a cambiare scuola.

Un papà chiede se sarà necessario prepararli in qualche modo, magari insegnando loro a leggere e a scrivere. La pedagogista risponde che non occorre anticipare troppo i tempi, che questa scuola dell’infanzia offre tante possibilità di imparare cose nuove con il gioco e i laboratori creativi e che questi sono gli apprendimenti adatti a questa età. Per la scrittura e la lettura avranno tempo. Il papà sembra poco convinto, ma io penso che sia un po’ troppo ansioso. Loro fanno questo mestiere, sapranno bene cosa fare. Sull’onda del padre, una mamma dice che lei è un po’ preoccupata perché in questa scuola fanno giocare tanto i bambini e che, se andava bene fino all’anno scorso, lei pensa che quest’anno avrebbero bisogno di prepararsi a stare seduti e concentrati più a lungo. A questa considerazione risponde Lucia, ma non capisco bene la risposta. Parla di qualcosa tipo la motivazione, l’esplorazione, la creatività, l’esperienza. Insomma, non ho capito bene, ma Lucia mi sembra molto sicura di quel che dice e la mamma si è rasserenata.

Dopo qualche altra spiegazione, Maria e Lucia chiedono ai genitori se hanno altre domande. Una mamma dice che sarà molto triste per sua figlia lasciare la scuola dell’infanzia, i suoi compagni e le maestre. Ecco, allora vuol dire che Maria e Lucia non andranno con i nostri bambini! Peccato, ma allora chi ci sarà? Lucia, per rincuorare la mamma, le dice che nella scuola dove andrà sua figlia c’è un bel parco, che alla bambina piace molto e che le insegnanti portano spesso i bambini fuori, anche a far lezione. Da questa considerazione molti genitori iniziano a chiedere alle insegnanti se sanno qualcosa anche delle scuole dove andranno i loro figli. Io non capisco. Ascolto con maggior attenzione, cerco di concentrarmi sulle loro parole per capire bene cosa stanno dicendo. Come sarebbe a dire altre scuole? Ma non andranno tutti nella stessa scuola? Quella di fronte alla nostra? Cosa significano queste domande?

Sto iniziando ad agitarmi e a chiedermi dove manderanno il mio Jamal, quando la mia vicina si gira verso di me e mi dice: “Sembra che tutti abbiano già fatto tutto. Io non ho ancora scelto e mancano solo due giorni alla chiusura delle iscrizioni, ma non mi so decidere e poi ho poco tempo, non sono andata nemmeno a un Open Day. Che cattiva mamma sono! Tu, invece, dove hai iscritto Jamal?”. Io arrossisco, sono agitata, non so cosa rispondere. Mi accorgo solo ora che il passaggio alla scuola primaria non è automatico, che non sono loro a scegliere, ma noi! E bisogna anche fare l’iscrizione. Penso a come sia possibile che io non lo sappia. Cerco di ricordare quale comunicazione mi sono persa. E mi viene in mente che verso ottobre avevo trovato nell’armadietto dei fogli con tante cose scritte, troppe per capirle al volo. Certo, avevo messo via tutto nella borsa e poi… me ne sono dimenticata. Guardo la mia vicina, le sorrido, con un po’ di imbarazzo e le rispondo: “No, non sei una mamma cattiva. Anche io lo farò domani!”. Lei ride e mi guarda con un’espressione complice. E io penso, tra me e me: “Chissà se ce la farò domani”.

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