In-comprensioni

Propone brevi approfondimenti tematici dedicati esplicitamente alle famiglie, da offrire come riflessioni o, ancor meglio, da utilizzare per aprire occasioni di confronto

di Daniela Mainetti, Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini

 

Narrare imperfezioni

L’anno educativo si sta concludendo e anche noi andiamo a chiudere questa rubrica, che vi ha accompagnati e accompagnate con il racconto di storie di relazione. Nove fatti reali, che abbiamo tradotto in frammenti di vita di genitori, bambini e professionisti dell’educazione. Narrazioni costruite immaginando possibili scenari di senso all’interno dei quali è stato possibile collocare gli episodi cui abbiamo assistito direttamente o che abbiamo raccolto dalla voce delle insegnanti e delle educatrici, in anni di lavoro di supervisione e di formazione.

Il primo aspetto rilevante di questo esercizio narrativo è stato lo sforzo di disegnare storie che restituissero senso e dignità ai vissuti di tutti i protagonisti. Ogni atto relazionale, secondo la pragmatica della comunicazione umana (Watzlawick), presenta una punteggiatura delle sequenze comunicative, la quale determina la natura stessa della relazione. Immaginare e raccontare i fatti, assumendo la prospettiva delle persone coinvolte, permette di svelare questa punteggiatura, che altro non è che il punto di partenza da cui prende avvio la comunicazione per ciascuna delle persone coinvolte nella relazione. Lo sforzo interpretativo, a fronte di un “incidente relazionale”, risiede nel domandarsi: qual è il punto di vista del mio interlocutore, di fronte a questa situazione? Come la storia relazionale tra me e il mio interlocutore ha influito sulle sue aspettative e sulle mie? Qual è il suo punto di partenza, nel relazionarsi con me? E qual è il mio/il nostro?

Il secondo sforzo che abbiamo compiuto è stato quello di soffermarci sull’evento relazionale in sé, evitando semplificazioni e banalizzazioni. Assumendo una lettura complessa del fenomeno relazionale, abbiamo cercato di comprendere come l’incidente relazionale, le difficoltà incontrate e gli imbarazzi vissuti possano diventare occasioni per porsi in una postura di ricerca tesa a comprendere più a fondo i nessi della situazione che abbiamo vissuto. Non banalizzare ha significato, per noi, non soffermare l’attenzione sulla superficie del fenomeno per accettare e assumere la categoria della complessità come chiave interpretativa di quanto accaduto. Non abbiamo cercato sintesi e soluzioni immediate, ma abbiamo aperto a diversi scenari, sospendendo il giudizio e limitandoci a descrivere possibili retroscena su cui costruire significati, su cui attivare confronti e alleanze. Le domande possibili, in questa direzione, sono: come sto vivendo questa problematica relazionale? Come vive, il mio interlocutore, la stessa situazione che sto vivendo io? Riesco a soffermarmi sull’incertezza, senza cercare risposte immediate, rassicuranti, che però rischiano di spostare o sottovalutare il problema?

Il terzo tentativo che abbiamo fatto è stato quello di entrare nella vita, nelle storie delle persone che incontriamo nei servizi e di abitarle. Abitare una storia vuol dire, prima di tutto, esplorare i personaggi che la animano, nella propria umanità e imperfezione. Dare a tutti i dettagli una dignità: uno smalto sbeccato di una mamma, i capelli arruffati di una educatrice, i pugni stretti di un bambino, la tuta di licra di un papà. Far parlare i corpi, gli oggetti, gli odori e il caos delle nostre case, fuori dalle immagini patinate che ogni tanto, tutti, siamo tentati di dare. Un sugo bruciato, un bagno allagato. I bambini e le bambine, lo sappiamo benissimo, sono molto più bravi di noi a fare, di un dettaglio, un mondo. Noi abbiamo cercato di imparare da loro, sapendo che è lì che succede qualcosa di interessante, sapendo che solo l’osservare con cura ci distoglie dalla distrazione e dalla banalità. E forse è lì, nei dettagli, che lo sguardo si fonde con lo sguardo pedagogico, che le parole dell’educazione, di cui capita di essere un po’ stufi, lasciano il posto a quelle parole che servono a descrivere la vita e i suoi affanni, che amano scorgere, più che affermare, capitombolare in situazioni impreviste, arrancare e soffermarsi, piuttosto che dire come si fa.

A conti fatti, rileggendo gli articoli che abbiamo scritto, questa nostra rubrica “In-comprensioni” forse avremmo potuto chiamarla “Elogio dell’imperfezione”. Amiamo molto questa parola, antitetica alla sua cugina anglosassone performance. E questa rubrica, almeno per noi che l’abbiamo scritta, ha rappresentato questo. Allontanarci da un’idea di educazione performante, e forse, dall’idea di vita performante in cui la maggior parte di noi siamo invischiati, e provare a vedere le cose più da vicino, gustare le sfumature e la complessità, sentire che era vera una cosa ma anche quell’altra, e provare comunque a esprimere punti di vista, pensieri e sollecitazioni, con la consapevolezza che, nel nostro tentare, siamo in fondo un po’ tutte e tutti alle volte anche goffi, teneri, sbagliati, e va bene così.

Un ultimo tentativo è stato quello di provare a cimentarsi in un viaggio che provasse a tenere insieme e in dialogo i differenti sguardi possibili. Pluralità di sguardi, di punti di vista, di bisogni e riferimenti culturali differenti che non rimandano a un’unica idea che si gioca su un pensiero di giusto o sbagliato intesi in una prospettiva assoluta e univoca, ma nella possibilità di percorrere giusti e/o sbagliati profondamente individuali, caratterizzati dall’unicità dei caratteri e delle storie delle persone, intessuti di emozioni comprensibili solo nel momento in cui queste stesse emozioni vengono assunte, vengono accolte e vengono reputate interessanti – quindi attivatrici di interesse nei confronti dell’altro – anziché strane, bizzarre o senza logica.

Questa prospettiva voleva anche essere fautrice di una rilettura del concetto del pregiudizio. Rispetto al ruolo dell’educatore e dell’insegnante si suole sovente dire che non bisogna avere pregiudizi, che bisogna lasciare i pregiudizi fuori dalla porta della propria professionalità, che è necessario assumere un atteggiamento non giudicante. Ma il pregiudizio fa parte dell’essere umano, fa parte altrettanto delle logiche attraverso le quali funziona la mente dell’individuo e, se assunto secondo questo punto di vista, può diventare un’opportunità di conoscenza di sé e dell’altro, un’occasione di ricerca e indagine, una dimensione che permette di cogliere e comprendere come ciascuno di noi guarda le cose, come si sente all’interno delle situazioni trasformando una fatica in un oggetto di lavoro, modificando quello che alle volte sembra essere una forma di disagio in una scelta consapevole di scambio e confronto con sé stessi e con gli altri, in particolar modo con i colleghi e le colleghe.

Ecco allora che questo viaggio ha cercato di essere soprattutto un modo per errare tra le esperienze, tra i vissuti delle persone, errare tra le possibilità e i limiti in cui incappiamo quotidianamente nel nostro fare e stare educativo, un errare che voleva essere soprattutto sinonimo di percorrere, un andare qua e là senza una meta che fosse assolutamente certa, un attraversare e un perlustrare strade alle volte incerte, alle volte complesse ma pur sempre ricche di possibili apprendimenti e scoperte. È un errare che nell’essere anche sinonimo di perdersi favorisce la possibilità di continuare a cercare, di non smettere di interrogarsi, di far sì che i pensieri e i sentiti possono essere liberi di esplorare tutte le molteplici visioni senza precludersi sentieri e cammini, senza lasciarsi influenzare troppo dalle proprie aspettative per abitare tutti i mondi possibili con cui entriamo in contatto quando siamo in relazione e in ascolto dell’altro e di noi stessi… un errare quindi che, in questo senso, diviene occasione per prendersi cura della propria professionalità, dell’incontro con l’altro e con l’alterità che l’altro può rappresentare.

Le "Rubriche" (i contenuti: testi, immagini, files ecc.) e le informazioni pubblicate attraverso il sito internet di Bambini S.r.l. sono resi disponibili secondo le specifiche "Creative Commons License"  BY-NC-ND 4.0 che consente l'ampia condivisione delle proprie opere con alcuni diritti riservati. L'utente può scaricare, riprodurre, distribuire, comunicare ed esporre in pubblico le suddette "Rubriche", rispettando le seguenti condizioni: (i) Attribuzione – la paternità dei contenuti deve essere attribuita in modo esplicito alla fonte Bambini S.r.l. e, ove esplicitato, dell'autore; (ii) Non commerciale – i contenuti non possono essere utilizzati per fini commerciali; (iii) Non opere derivate – i contenuti non possono essere trasformati né utilizzati per creare materiali derivati.

 

Abbonamento Bambini

Per acquistare il fascicolo