L'editoriale di gennaio

Hanno paura di ciò che non capiscono.
E la paura si trasforma in odio
per ragioni che, sono sicura, sfuggono anche a loro.
Visto che non capiscono i bambini ne hanno paura,
e visto che ne hanno paura li odiano.

T.J. Klune, La casa sul mare celeste, Mondadori, 2021



La relazione tra conoscenza e odio, ce lo insegna la storia tutta, è stretta e profonda, in ogni sua evoluzione, nel bene e nel male. Tanto che ormai sappiamo bene che la mancata conoscenza di oggetti o soggetti può innescare forme di pregiudizio capaci di sfociare in intolleranze e, nei casi più gravi e terribili, in vere e proprie persecuzioni.

Anche per questo, i luoghi dell’educazione del nostro Paese hanno scelto da tempo la via di quella che chiamiamo oggi inclusione. Si tratta di una via affatto scontata – e che infatti non è presente in tutti i Paesi – ma che connota fortemente e preziosamente il nostro sistema educativo e scolastico e che ha radici lontane e profonde: è la via di un’educazione che ha assunto intenzionalmente di non volere, e neppure potere, lasciare indietro nessuno, anche perché quando qualcuno resta indietro il danno non riguarda solo lui, ma tutti. La via di un’educazione che ha riconosciuto la diversità e le differenze come elementi costitutivi di ogni essere vivente, portando così i discorsi su ciò che si intende come “speciale” alla loro massima estensione, riconoscendo le molte ed eterogenee condizioni di disagio e operando deliberatamente e intensamente per offrire a ognuno la possibilità di sviluppare al meglio le proprie peculiari potenzialità.

Questa educazione è quella che ha permesso a bambine e bambini che, in un passato neppure troppo lontano, erano non compresi, etichettati sbrigativamente e abbandonati al loro destino, di poter trovare nei servizi educativi e nelle scuole luoghi in cui coltivare il loro potenziale, in dialogo con gli altri. Proprio questo stare dentro, nelle sezioni e nelle classi – e non nei corridoi, in sezioni distinte o addirittura in scuole speciali, qui nel senso di altre, separate, segregate – ha permesso la visibilità delle differenze, la conoscenza della diversità, il superamento dell’incomprensione, lo scambio di risorse e l’apprendimento reciproco della convivenza. E ha permesso, in ultima istanza, che l’ignoranza non diventasse paura e la paura non degenerasse in odio.

L’inclusione – chi la pratica lo sa bene – non è indenne da fatiche, errori, frustrazioni, ma è una scelta imprescindibile, da rinnovare quotidianamente, nel nome di una Scuola che ha assunto da tempo, e nel segno sia della nostra Costituzione che della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, di operare inequivocabilmente per la non discriminazione.

Monica Guerra

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