Diritti di bambine e bambini

a cura di Elisabetta Biffi e Chiara Carla Montà

 

The best interests of the child

di Emiliano Macinai

L’espressione “miglior interesse” traduce l’inglese “best interests”, formula giuridica introdotta nel 1959 dalla Declaration on the rights of the child, nota anche come Dichiarazione di New York (art. 2). Tuttavia, è la International Convention on the rights of the child (CRC) del 1989 che ne estende il senso anche al di là del campo di applicazione giuridico, facendone uno dei pilastri dei diritti dei bambini e delle bambine e, più in generale, della nuova cultura dell’infanzia che inizia a prendere forma negli anni Novanta (Fadiga, 2006).

Sebbene nella legislazione italiana tale espressione venga tuttora tradotta come “superiore interesse”, non vi è un consenso univoco sull’utilizzo di tale aggettivo. Se è vero che nella traduzione ufficiale della CRC si utilizza il termine “superiore”, è anche vero che in quella stessa traduzione si utilizza il termine “fanciullo”, anziché bambino, bambina e adolescente, come sarebbe invece più appropriato (Unicef Italia, 2004). Questa breve premessa solo per sottolineare un aspetto fondamentale che orienta le brevi riflessioni che seguono. Le parole sono uno strumento e come ogni altro strumento umano anch’esse invecchiano, perché la realtà alla quale si agganciano è sempre in mutamento, e fortunatamente noi con essa. I documenti, anche quelli che come la CRC esprimono il meglio della cultura giuridica sui diritti fondamentali (Alston, 2008), non sono scolpiti sulla pietra.

L’aggettivo “migliore” approfondisce e amplifica il significato di quello che non è un mero principio giuridico. Se ciò di cui stiamo parlando fosse davvero solo un criterio utile per dirimere dispute di competenza dei tribunali, delle istituzioni di assistenza sociale, degli organi legislativi o amministrativi, allora il termine “superiore interesse” sarebbe sicuramente adeguato a questo scopo, poiché esso fissa in modo assolutamente chiaro la considerazione preminente che deve orientare le decisioni da prendere nelle situazioni che coinvolgono “il fanciullo” (art. 3.1).

Come premesso, “best interests” non è solo un criterio necessario per orientare le decisioni giuridiche o amministrative che riguardano bambini e bambine. Si tratta di molto di più: esso è uno dei pilastri che sostengono l’idea stessa dei diritti dell’infanzia (Macinai, 2020). Un’idea che, se pienamente colta e coerentemente realizzata, trasforma il tessuto stesso della società, incide profondamente sulle relazioni tra esseri umani con età diversa, spinge a ripensare e a riorganizzare gli spazi e i contesti in cui queste prendono forma.

Affermare che tutte le decisioni che riguardano bambini e bambine debbano tenere conto dei bambini e delle bambine è solo a prima vista una ovvietà. Basta aggiungere un avverbio e il senso di questa apparente tautologia cambia radicalmente. Proviamo a metterlo: tutte le decisioni che riguardano bambini e bambine devono effettivamente tenere conto dei bambini e delle bambine. Ecco: la radice pedagogica dove si esprime il senso concreto di una norma giuridica astratta sta tutta dentro quell’avverbio. Tenere effettivamente conto dei bambini e delle bambine significa riconoscere la loro presenza, il loro esserci nelle situazioni concrete che danno forma al tempo della quotidianità, in tutta la sua complessità.

Detto questo, il vero problema che abbiamo di fronte è un altro: quali sono le decisioni che riguardano i bambini e le bambine? Detto in altri termini: ci sono decisioni che non li riguardano? Questo è il punto. Possiamo affermare che esistano ambiti di esperienza così rigidamente separati in cui le decisioni prese da adulti per altri adulti non influiscano, direttamente o indirettamente, sulla vita dei bambini e delle bambine? Davvero siamo ancora vittime di questo pregiudizio?

Bambini e bambine ci sono e ci sono sempre e ovunque, anche se il più delle volte ce ne dimentichiamo o pretendiamo che non sia vero. Troppo spesso parliamo di loro come se non esistessero in una forma compiuta, piena e completa, e il linguaggio, prima ancora delle pratiche, rivela questa difficoltà adulta. “Infanzia” e il suo correlato “fanciullo” sono due parole che, tra tante, da sole bastano a individuare il nocciolo della difficoltà con cui dobbiamo fare i conti, in ogni istante. La difficoltà di non saper “dire” dei bambini e delle bambine se non a partire da ciò che non sono, da ciò che non sanno, da ciò che non possono. Questa è la radice di ogni forma assunta nella storia e nel presente dai processi di discriminazione di cui sono vittime.

Il “migliore interesse” è la proclamazione della presenza dei bambini e delle bambine nel mondo. Non si tratta solo (e non che sia semplice) di tenere il loro interesse “al di sopra” di ogni altro nelle situazioni in cui qualcuno deve prendere decisioni che li riguardano. Questo è il criterio giuridico del cosiddetto “superiore interesse”, codificato con la L. 176/19911. Vorremmo che si parlasse, invece, di accogliere il fatto che nel mondo di cui ragioniamo, nella realtà che organizziamo, nei contesti che strutturiamo siamo sempre in compagnia dei bambini e delle bambine e in relazione con loro. L’interesse di cui bambini e bambine sono “portatori” va tenuto sempre in considerazione e in ultima analisi ogni decisione assunta senza contemplarlo, una volta attuata, rischia di produrre conseguenze ingiuste. Perché ogni decisione che prendiamo, in realtà, li riguarda.

I diritti dell’infanzia hanno una profonda radice pedagogica. Prima che venissero fissati nei documenti giuridici internazionali ed entrassero nella cultura del nostro tempo nella forma espressa attraverso un gergo giuridico, dei loro contenuti e dei principi che li ispirano ne ha trattato la pedagogia (Macinai, 2013). Una certa pedagogia. Chi si impegna professionalmente nei contesti educativi non ha bisogno di una traduzione giuridica per cogliere il significato pedagogico di “puerocentrismo”. Il termine suona oggi decisamente desueto. Si può mantenerne l’uso per descrivere quella profonda riformulazione pedagogica avviatasi tra la fine del secolo Diciannovesimo e l’inizio del Ventesimo, che iniziò col “mettere al centro il bambino e la bambina”. Ciò significava cambiare il fuoco dell’educazione, cambiarne la prospettiva. Chi condivide con bambini e bambine ambienti dove la realtà quotidiana viene costruita e vissuta partendo dal loro punto di vista, forse ha sensibilità e competenze per portare questa capacità di sguardo e di pensiero anche fuori da quei contesti. Forse può capire e far capire che ogni contesto può essere arricchito da questa prospettiva. Ogni problema diventerebbe un po’ più complesso, è vero. Ma forse ogni soluzione tentata potrebbe essere un passo in avanti verso la decostruzione del pregiudizio secondo cui i bambini e le bambine abitano in mondi separati, e un po’ irreali, che chiamiamo “infanzia”. No, non sono mondi separati: sono rappresentazioni adulte. I bambini e le bambine vivono esattamente qui e ora, in questo stesso mondo. Tutto ciò che decidiamo, in quanto adulti, di fare o non fare accadere in esso, li riguarda.

1 Legge 27 maggio 1991, n. 176, Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, New York, 20 novembre 1989.

  

Le "Rubriche" (i contenuti: testi, immagini, files ecc.) e le informazioni pubblicate attraverso il sito internet di Bambini S.r.l. sono resi disponibili secondo le specifiche "Creative Commons License"  BY-NC-ND 4.0 che consente l'ampia condivisione delle proprie opere con alcuni diritti riservati. L'utente può scaricare, riprodurre, distribuire, comunicare ed esporre in pubblico le suddette "Rubriche", rispettando le seguenti condizioni: (i) Attribuzione – la paternità dei contenuti deve essere attribuita in modo esplicito alla fonte Bambini S.r.l. e, ove esplicitato, dell'autore; (ii) Non commerciale – i contenuti non possono essere utilizzati per fini commerciali; (iii) Non opere derivate – i contenuti non possono essere trasformati né utilizzati per creare materiali derivati.

 

Abbonamento Bambini

Per acquistare il fascicolo