Alterna due sguardi, volti a costruire biblioteche e cineteche per parlare di infanzia

Visioni a cura di Elisa Rossoni

Pagine di Francesca Romana Grasso e Marina Petruzio

 

Visioni: Infanzia e natura

Sara Riva e Giulia Schiavone

 

Tre pellicole, quelle scelte, che invitano a educarci nella natura, ancor prima di educare alla natura (Antonacci, 2022), ovvero a riconoscere e prendere consapevolezza, come professionisti dell’educazione e della formazione, del carattere educativo del nostro soggiornare nel mondo. Un soggiornare questo, che riteniamo essere incisivo quando si traduce in esperienze significative, che lasciano il segno, quando si dispiega in percorsi di formazione attenti a riscoprire modalità differenti di connessione con il mondo. Questa consapevolezza per noi educatori comporta, anzitutto, uno stare nella natura con un duplice sguardo: in quanto parte e in quanto elemento estraneo. Guidati dalle immagini video e sonore di questi artisti, attraverso un lungo viaggio terra e acqua, scopriamo infatti che là fuori (Guerra, 2015), nel mondo (Guerra, 2020) siamo invitati a entrare più profondamente in contatto con il dentro, con il nostro mondo interiore, attuando un processo di individuazione, sempre nella tensione vitale tra dentro e fuori.

Con le immagini del video musicale Glósóli dei Sigur Rós (2005) veniamo trasportati in un altro mondo, separato dal quotidiano, e intimamente attraversato da uno sguardo ludico e poetico. Accompagnati dal passo di un giovane suonatore di tamburo, un gruppo di bambini solca spazi aperti e maestose colline rocciose. È nel procedere al ritmo di un battito che sembra echeggiare il cuore pulsante della Terra, che il piccolo branco si connette sempre più profondamente con gli elementi della natura, in un susseguirsi di immagini capaci di cantare e restituire la bellezza di un incontro non mediato da uno sguardo adulto giudicante e inibitorio. I bambini, vibranti ed ebbri di aperto, sperimentano il loro avventuroso procedere raggiungendo l’apice del viaggio in una corsa sfrenata, segnata da una musica sempre più incalzante che, lasciate le sonorità più graffianti, si fa aerea, rie­mpiendosi di luce.

È in un volo giocoso, verso le acque luccicanti dell’oceano, che i bambini, staccandosi dalla terra, si lanciano nel vuoto in una tensione verso il cielo che apre all’inedito e alla trasformazione: proprio l’acqua pare allora essere, in questa scena finale, l’elemento che racchiude in sé l’incanto di quel “sole splendente” contenuto nel titolo di questo breve capolavoro. Qui l’acqua si fa soglia di confine tra il credere e il non credere, tra il mondo della realtà e quello dell’immaginazione, tra la terra che i piccoli hanno attraversato, imparando a riconoscerne la forza vitale, e il nuovo orizzonte che forse li aspetta, oltre la distesa del mare.

È in questa tensione tra terra e acqua che incontriamo anche Ponyo sulla scogliera (2008), un film di animazione scritto e diretto da Hayao Miyazaki. La protagonista, Ponyo assomiglia a un pesce rosso, ma il suo volto ha sembianze umane; spinta dalla curiosità, sale in superficie e incontra il piccolo Sōsuke, con cui decide di rimanere, ribellandosi al padre Fujimoto che la vorrebbe tenere rinchiusa nel mondo marino. L’acqua, anche in questa pellicola, viene ad assumere diverse sembianze: a partire dall’essere l’elemento che ospita e accoglie in sé la ricchezza di vita, alle seguenti scene in cui incontriamo le onde dell’oceano, che hanno occhi per vedere e inseguono Ponyo quando tenta di fuggire; infine il mare reagisce e si ribella alla trasformazione della piccola creatura marina in umana, scatenando uno tsunami. È proprio in questa ricerca di bilanciamento tra uomo e natura, che assistiamo all’avventura di Ponyo e Sōsuke, a bordo di un’imbarcazione magica, frutto della trasformazione di un giocattolo del bambino. Un viaggio immersivo che ci condurrà in un mondo inedito capace di generare un rinnovato sguardo infante.

Custode di una relazione ecologica con il mondo è anche La tartaruga rossa (2016) di Michaël Dudok de Wit che invita a riscoprirci “parte di un tessuto vitale di percezioni e sensazioni che prendono forma secondo modalità imprevedibili nell’incontro con le cose” (Mortari, 2022, p. 12), regalando un’intensa esperienza visiva, in un film d’animazione senza parole, dove la colonna sonora si intreccia coi suoni prodotti dalla natura e le grida, i sospiri e le esclamazioni dell’umano. Siamo trasportati su un’isola deserta, dove un naufrago lotta per la sopravvivenza, ora combattendo le forze naturali, ora cercando in esse un alleato e una consolazione che possa alleviare la propria solitudine.

Tale rapporto è mediato, come nelle precedenti pellicole, da una figura intermedia all’acqua e alla terra; si tratta, in questo caso, di una maestosa tartaruga rossa che, se in un primo momento vanificherà i tentativi dell’uomo di lasciare l’isola, si trasformerà poi in una luminosa giovane donna. Scompaiono il tempo e lo spazio come coordinate dell’esistere: rimangono solo l’uomo e il suo progetto d’amore, da costruire in armonia con il cosmo, assecondandone le forze e vivendo in accordo con i cicli della natura.

È allora proprio in questa tensione e in questo desiderio a che una ricongiunzione con il mondo possa realizzarsi che, come professionisti dell’educazione e della formazione, siamo responsabilmente e quotidianamente chiamati a progettare contesti di apprendimento finalizzati, sin dall’infanzia, al recupero di un contatto significativo e continuativo in natura, portando a ridefinire i contorni del ruolo educativo in una relazione capace di abitare contesti differenti da quelli abituali: “contesti vivi, interroganti, che addensano in sé la storia dell’uomo e del mondo” (Bertolino e Guerra, 2020, p. 10).

 

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