Pagine e visioni alterna due sguardi, volti a costruire biblioteche e cineteche per parlare di infanzia

 

Visioni a cura di Elisa Rossoni

Pagine a cura di Francesca Romana Grasso e Marina Petruzio

 

Infanzie in cammino

di Elisa Rossoni

 

“Conoscere è muoversi nel mondo e diventare ciò che incontriamo” (Zanetti et al., 2021, p. 63). Costruiamo il mondo camminando e interagendo con il corpo, la mente e il cuore che dialogano tra loro come note che improvvisamente formano un accordo (Solnit, 2000), scandiscono un ritmo nuovo, inedito, diverso dal battito incalzante e assordante della progressione e della corsa, dell’efficacia e dell’efficienza. I passi del cammino sono come lievi colpi sul tamburo del mondo e i passi di un bambino sono leggeri, curiosi, incerti e intrepidi. I bambini procedono incespicando, “zigzagando”, arrestandosi improvvisamente e ripartendo impetuosi con entusiasmo e passione.

Abbiamo provato a seguire il cammino di alcuni bambini che, mossi da differenti motivazioni, hanno attraversato scorci di mondo lasciandosi guidare dalla strada che, passo dopo passo, ha costruito il percorso. Abbiamo guardato alcune immagini cinematografiche assumendo quella postura particolare a cui dispone un’immagine artistica: la presenza di corpo, mente e cuore nel dialogo contemplativo e attivo con l’opera.

È notte. Fuori nevica. Nella penombra di una casa silenziosa un uomo si prepara per andare al lavoro, al mercato del pesce. Un bambino, di circa 6 anni, lo sente, si sveglia, non riesce a riprendere sonno, disegna dei pesci e inizia a giocare. Le immagini del film Takara. La nuit où j’ai nagé (La notte che ho nuotato), di Damien Manivel e Kohei Igarashi (2018), sembrano costringere a rivolgersi al bambino, a Takara, che è sempre davanti al nostro sguardo. Gli spettatori possono decidere di rimanere svegli con lui, di osservarlo in silenzio e guardarlo partire silenzioso. Tutto il film è senza parole, si odono solo le sonorità della musica ciclica di Vivaldi e i rumori attutiti dalla neve. Una neve bianca, a tratti abbagliante, che crea il vuoto e, come in un haiku, fa brillare il bambino in cammino verso il mercato del pesce dove lavora il padre.

Takara procede incespicando, arresta il suo incedere per posare la sua attenzione su cose piccole e minute, si sofferma a guardare un uccello nero tra i rami sottili di un albero spoglio e risponde abbaiando a due cani, si stupisce per la semplice presenza della realtà, trasgredisce le regole, non va a scuola e si addormenta sulla macchina di uno sconosciuto. Incurante del tempo e dello spazio Takara vuole consegnare il suo disegno con i pesci al papà che, a causa del suo lavoro, vede raramente.

La nuit où j’ai nagé è un esercizio di sguardo, è un cammino forse estenuante e faticoso perché ci chiede di rallentare, di attenuare ogni pretesa chiarificatrice per lasciarci guidare dal bambino e muoverci verso il suo essere misterioso e inafferrabile.

Dal bagliore accecante della neve muoviamo i nostri passi sulla terra arida e asciutta dell’Iran per seguire il cammino di Ahamad nel film di Abbas Kiarostami, del 1987, Dov’è la casa del mio amico?. Il bambino, al rientro da scuola scopre di aver preso erroneamente il quaderno del compagno Mohammad. Se non svolgerà i compiti Mohammad rischia una severa punizione. Per questo Ahmad decide di intraprendere il cammino verso la casa del suo amico nel villaggio di Poshteh, anche se non sa esattamente dove abiti. Incurante della lunghezza del percorso, degli incarichi che gli affida la mamma, delle direttive minacciose del maestro, dei tentativi educativi autoritari e disciplinanti del nonno – che sentenzia: “se cresce pigro non sarà utile alla società” – e di una cultura basata sul rigore e l’obbedienza, Ahmad compie un’impresa inutile agli occhi degli adulti. Il cammino non è finalizzato a uno scopo se non quello della solidarietà e dell’amicizia tra i due bambini. Ahmad decide volontariamente di affrontare ostacoli non necessari (Suits, 2021), non conosce la destinazione, non ha indicazioni precise da seguire ma solo i segni della terra, come l’albero secco, o gli incontri fortuiti, come quello con un vecchio signore che lo accompagna per un breve tratto e poi lo guarda proseguire nel buio della sera.

Anche nel film-documentario Sur le chemin de l’école (Vado a scuola) di Pascal Plisson (2013), incontriamo adulti che, ogni giorno, si fermano sulla soglia e lasciano partire i loro bambini per lunghi e impervi cammini verso la scuola, verso il desiderio di conoscere e imparare.

Jackson, 10 anni, percorre, sia all’andata che al ritorno, insieme alla sorella più piccola, quindici chilometri attraverso la savana del Kenya e i suoi pericoli; Zahira di 11 anni impiega una giornata di faticoso cammino per percorrere i sentieri delle montagne dell’Atlante in Marocco e raggiungere la scuola in cui resterà per la settimana, con le sue due amiche. Samuel è un bambino con disabilità motoria di 11 anni che, quotidianamente, viene spinto dai due fratelli minori per otto chilometri su una carrozzina artigianale e poco adeguata per muoversi sulle strade sterrate e dismesse dell’India; Carlito, 11 anni, attraversa con la sorella gli altipiani della Patagonia in sella al loro cavallo per oltre venticinque chilometri.

Camminare con questi bambini nel mondo e accompagnarli nelle loro imprese quotidiane ha consentito a noi spettatori di spostarci in un tempo e in uno spazio altri rispetto al nostro mondo, di prendere le distanze da ciò che è familiare e accostarci a ciò che non è conosciuto, di decentrarci e ri-guardare da lontano il nostro modo di camminare, di conoscere e cambiare.

Percorrere e ripercorrere le immagini cinematografiche di questi tre film ha significato rimettersi in cammino verso l’infanzia, verso la possibilità di una modalità rinnovata e ritrovata di conoscere e abitare il mondo. Una modalità autentica e più vischiosa, non categorizzante, esitante, contemplativa, immaginativa, umile e sensibile (Antonacci, 2019). Il cammino ci libera dall’assillo del fare, ci sottrae dall’idea stessa d’identità, dalla tentazione di essere qualcuno, di avere un nome e una storia per riscoprirci nel mondo, per ritrovare un rapporto armonioso e delicato con le cose, con il mondo.

“Non si fa niente camminando, si cammina e basta. Ma non aver altro da fare che camminare permette di ritrovare il puro sentimento di essere, di riscoprire la semplice gioia di esistere, quella che domina tutta l’infanzia. Così la marcia, facendoci rilassare, strappandoci all’assillo di fare, ci permette di incontrare di nuovo quell’eternità infantile: intendo dire che camminare è un gioco da bambini” (Gros, 2013, p. 85).

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