Dipende da noi

Annalisa Casali (1957-2022) è stata a lungo parte del Gruppo Nazionale Nidi infanzia, prima nella Segreteria Nazionale e poi nel Consiglio Direttivo, oltre che guida del Gruppo Territoriale del Friuli-Venezia Giulia. Il suo lavoro nei servizi educativi per la prima infanzia è sempre stato animato da impegno e passione, rendendola cara a molti di noi, che oggi conserviamo le sue parole e i suoi gesti con affetto.

 

[...] Una definizione di competenza che compare nel dizionario virtuale Wikipedia è la seguente: “[...]Essere competenti o agire con competenza, significa quindi essere in grado di far fronte a situazioni complesse, mobilitando e fondendo in maniera pertinente una grande quantità di risorse personali e sociali, oltre che a risorse del tipo tecnico specialistiche”.

Leggendo questa definizione mi sono venute in mente due cose: in primo luogo, corrisponde proprio con la descrizione delle competenze che dovrebbero avere educatori e insegnanti (in quanto, incontrare i bambini ogni giorno significa proprio “essere in grado di far fronte a situazioni complesse, mobilitando e fondendo in maniera pertinente una grande quantità di risorse personali, sociali oltre che a risorse di tipo tecnico specialistiche”), e da qui, di conseguenza, mi sono posta questa serie di domande importantissime: ma noi disponiamo di queste competenze? E se riteniamo di disporne, dove le abbiamo imparate? E grazie a chi? Questa è la prima questione che mi sembra importante evidenziare.

Si potrebbe dire che tutti noi adulti, in via di principio, ci troviamo d’accordo sul fatto che, fin dalla nascita, i bambini sono competenti, ma, nella pratica quotidiana, in tutti i posti frequentati sia da adulti che da bambini, vengono messi in atto programmi, percorsi e progetti, anche di recupero, con lo scopo di insegnare ai bambini, attraverso il divertimento, ciò che noi adulti riteniamo debbano sapere. Lo scopo di questi programmi è il loro bene, il dotarli di tutti quegli strumenti che noi riteniamo essenziali per quando loro saranno adulti. Quindi mi chiedo: qual è il senso di questa contraddizione tra pensiero di bambino competente e pratiche quotidiane? Per chi ha senso?

Questa è la seconda questione che voglio evidenziare. [...] 

Per andare verso il futuro, per risignificare parole e pratiche, occorre lavorare su noi stessi sia a livello teorico, la visione globale di cui sopra, sia a livello di sguardo, riscoprendo il valore dell’orecchio acerbo, inteso come predisposizione ad ascoltare le cose che i grandi non stanno mai a sentire, oltre alla capacità di sapersi nuovamente sorprendere. È inoltre importante ricordare, come sostenuto da Bruner, che è possibile offrire a tutti i bambini, indipendentemente dalla loro età, qualsiasi tipo di esperienza: dipende solo da come viene proposto.

Per sostenere il bambino nella crescita, l’adulto ha il ruolo di predisporre e di avere cura dei contesti di vita quotidiana (atelier diffusi, officine, cantieri, orti, sezioni ecc.). Come nelle antiche botteghe fiorentine, tali spazi dovrebbero favorire la libera circolazioni di pensieri e azioni tra loro coerenti ed in continuità, attraverso la guida di adulti sufficientemente devoti. Adulti che scelgono la difficile strada dello stare in relazioni educative trasgredendo la prescrizione di ordini scolastici rigidi e l’ortodossia di tappe di sviluppo già scritte da una pedagogia popolare comunemente intesa e definita da Kronos e non da Kairos.

[...] Alcune questioni focali:

• l’importanza del gioco libero in spazi pensati, condivisi e in evoluzione, reso possibile attraverso il lavoro in piccolo gruppo e alla regia educativa dell’educatore/insegnante che condivide il ruolo e la funzione con l’intero gruppo educativo;

• la necessità di offrire ai bambini la possibilità di allontanarsi dalle figure di riferimento, fisicamente ed emotivamente, per esplorare, per conoscere, vivendo così le emozioni connesse al piacere della scoperta, al piacere dell’apprendimento. Simbolicamente, imparare a camminare con le proprie gambe sicuri di avere uno sguardo adulto che li sostiene e li accompagna nel cammino verso l’autonomia e l’indipendenza;

•  il valore delle situazioni di gioco cooperativo tra bambino e adulto, tra adulto e bambino e tra bambini anche di età diverse: situazioni privilegiate dove la posizione dell’adulto è quella di stare nel mezzo, nello spazio del tra, da dove ogni volta l’educatrice/insegnate decide quanto dilatare la sua attesa, per dare tempo al bambino e ai bambini di prendere l’iniziativa;

• la costanza delle pratiche di osservazione, documentazione e verifica del proprio pensare/fare quali momenti privilegiati del lavoro educativo per riflettere e ripensare un contesto educativo dove i bisogni/desideri dei bambini diventano una guida per riprogettare gli spazi di vita nei servizi.

[...] I bambini diventano competenti grazie alle opportunità che vengono loro offerte dalle competenze sempre in costruzione degli adulti con cui vivono.

Competenze, queste, intese come cura, come rispetto dell’altro, come capacità di dare valore a ciò che l’altro fa e dice andando oltre i propri valori, oltre le proprie priorità.

Competenze come capacità di offrire contesti pensati, discussi, condivisi in équipe che diventano privilegiati perché in quel “io ti vedo…” consentono all’altro (bambino, educatore, insegnante, genitore) di fare esperienze significative, di andare al di là delle pedagogie popolari verso un apprendimento calibrato sui bisogni del singolo soggetto.

Competenze come capacità di cogliere il senso e il valore delle piccole cose che accadono ogni giorno. Da qui si potrebbe ripartire per risignificare parole e pratiche, affinché adulti e bambini, educatori e genitori, possano co-costruire il futuro dei servizi insieme.

Competenze che stanno anche nei nostri stili comunicativi (come diciamo le cose?) e relazionali (c’è coerenza tra detto e agito?). Se si avrà cura degli aspetti comunicativi, se si terranno parole e atteggiamenti umili, delicati e precisi, forse si troverà rispecchiata nell’altro la stessa cultura della cura comunicativa. Credo che l’innovazione avvenga anche grazie al procedere insieme con costanza e ascolto, nella forza dell’integrazione delle differenze.

I bambini non scendono a compromessi, sono pazienti e tenaci, forti e delicati, autentici, generosi, impietosi con chi non sta al passo della qualità della vita. In una parola amano, ed essendo amanti della vita portano scompiglio, sorpresa e turbamento a tutto ciò che tende alla consuetudine, ma hanno diritto/bisogno di piccoli luoghi che li aiutino a crescere, piccole isole di intimità, che offrano riparo dalle tempeste delle “buone intenzioni” del nostro tempo. Che lo sappiano o no, che noi lo vogliamo o no, i bambini hanno un progetto in mente e noi dobbiamo dare loro fiducia. Loro ci indicano la strada: la loro e la nostra accanto a loro. Sono i primi costruttori del loro sapere e imparano nel silenzio del giocare, nel qui e ora in una combinatoria temporale determinata da condizioni affettive, sensoriali, motorie, cognitive. Nell’informale, nel non verbale e nonostante noi. Ci chiedono da subito: Aiutami a fare da solo.

Fare tutto ciò non ha prezzo, non dipende dalle scelte politiche, dalle amministrazioni di destra o di sinistra, dai contratti di lavoro, dall’anzianità di servizio, dall’esperienza sul campo e forse nemmeno dalla condivisione in gruppo educativo. Dipende da ciascuno di noi, da noi che oggi siamo qui e domani saremo insieme a bambini, colleghi e genitori.

Testo tratto da A. Casali, “Introduzione ai lavori”, in M. Guerra (a cura di), Dalla parte del futuro. Risignificare parole e pratiche nei luoghi dell’infanzia, Parma, Edizioni Junior - Spaggiari Edizioni, 2013, pp. 108-111.

 

Ispirazioni, a cura di Giovanna Carugo e Federica V. Villa, in Bambini, n. 4, aprile 2022

 

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