Propone brevi approfondimenti tematici dedicati esplicitamente alle famiglie, da offrire come riflessioni o, ancor meglio, da utilizzare per aprire occasioni di confronto

di Elisabetta Marazzi e Daniela Mainetti

 

Il gioco

Il fatto che il gioco rappresenti una componente essenziale dello sviluppo dell’individuo è un concetto ampiamente consolidato nella letteratura specializzata. La sua funzione evolutiva può essere interpretata da diversi punti di vista, a seconda delle correnti di pensiero della psicologia, della sociologia, della pedagogia o dell’antropologia. Quello che sappiamo con certezza è che i bambini, mentre giocano, si immergono in una dimensione che presenta caratteristiche tali da differenziarsi completamente dalla vita reale. Durante il gioco i bambini possono ricoprire ruoli diversi per puro divertimento, possono azzardare l’uso di abilità, di linguaggi e di conoscenze che ancora non appartengono al loro bagaglio di competenze. Sono, detto in altre parole, un passo avanti e, nell’esperienza ludica, hanno l’occasione di conoscere il loro sé autentico. La situazione fittizia, infatti, mette al riparo dalle aspettative degli adulti e dall’esigenza di essere performanti, che i bambini vivono nella loro quotidianità. In termini evolutivi, quando stanno autenticamente giocando, i bambini sono protetti da qualsiasi “minaccia” al proprio sé, alla propria autostima. Ciò che caratterizza il gioco è il suo essere un’azione senza alcuna finalità: si gioca per giocare. L’esperienza ludica permette di utilizzare gli oggetti reali per gli scopi che il bambino si pone dentro quell’esperienza e utili solo per quella situazione immaginaria.

Fin da piccolissimi, con il gioco di esercizio, i bambini usano gli oggetti per ottenere un risultato piacevole e immediato. Accendere e spegnere una luce per vedere l’effetto che fa o aprire e chiudere uno sportello per sentirne il rumore sono azioni che generano benessere nel bambino, perché ottiene un esito immediato e perché le può ripetere fino a quando sente l’esigenza di passare oltre. Questi “esercizi” ludici, tuttavia, rappresentano anche un veicolo per sviluppare un senso di padronanza del contesto, perché permettono di apprendere alcune abilità e di interagire in maniera attiva con l’ambiente.

L’uso ludico del corpo, per correre, saltare o nascondersi, per rotolare sotto un tavolo, per trascinare una sedia o un contenitore, provoca gioia nei bambini, anche in assenza di giocattoli o di strutture costruite appositamente per il loro divertimento. Il bambino ha in sé la capacità di modificare ciò che trova nell’ambiente, trasformandolo in strumento di gioco. Anzi, meno “costruito” in senso ludico è il mondo in cui vive, più facilmente svilupperà la sua creatività, più frequentemente eserciterà quella capacità trasformativa che è tipicamente umana, in quanto simbolica e culturale. 

La proposta di materiale destrutturato (naturale o di scarto industriale o di riciclo), nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, è finalizzata a sostiene lo sviluppo della sensorialità, della creatività, del pensiero divergente e simbolico nei bambini, in quanto materiale con differenziate caratteristiche fisiche (consistenze, texture, temperature ecc.) plasmabile, assemblabile, trasformabile secondo i loro desideri e interessi ludici. 

Con lo sviluppo della capacità rappresentativa, i bambini ampliano i loro scenari di gioco e le interazioni tra bambini danno origine a trame narrative sempre più complesse, all’interno delle quali ciascuno può interpretare un ruolo “altro”, utilizzando oggetti reali per scopi diversi: un barattolo come un camion, una scopa come un cavallo, un ramo come una spada. Nel gioco simbolico, i bambini possono giocare con utensili reali, come pentole, piatti, posate insieme ad altri materiali usati in senso non letterale: petali di fiori che diventano cibo, cassette della frutta che diventano culle, pezzetti di legno che diventano telefoni ecc.

Interpretare il ruolo di adulti conosciuti o immaginari permette ai bambini di affrontare le proprie paure, di rappresentare sé stessi nel ruolo dei “grandi” e di sperimentare, nel gioco, modalità relazionali e abilità che saranno loro utili, crescendo. 

Nel gioco, quindi, si prova gioia e benessere, ma, allo stesso tempo si apprende. Non sono necessari “giochi didattici” perché si tratta di un apprendimento ampio, non circoscritto a una conoscenza o a un’abilità specifiche. Ciascun bambino, nel gioco, è libero di essere sé stesso o qualcun altro, di scoprirsi e di sentirsi capace di fare, ma anche di chiedere aiuto, di relazionarsi, di provare emozioni e di trovare soluzioni creative alle situazioni che si generano. Si tratta di un apprendimento profondo e globale, che ha a che vedere con l’identità di ciascuno di noi ed è proprio per questo che, come ci dicono gli esperti, i bambini devono essere garantiti nel diritto di giocare almeno due ore al giorno.

 

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