Dall'Europa

a cura di Valentina Morsenchio

Racconta punti fermi, questioni aperte e temi caldi ogni volta da un Paese diverso, per conoscere e conoscerci anche attraverso altre prospettive.

 

In Spagna

le parole di María Ainoa Zabalza Cerdeiriña provano a mettere a fuoco la realtà dei servizi educativi 0-6 del territorio spagnolo, attraverso il racconto dei risultati fino a ora raggiunti, delle criticità ancora da affrontare, dei temi su cui si anima oggi il dibattito.

 

Un traguardo raggiunto per i servizi 0-6

In Spagna, ma anche in molti altri Paesi europei, siamo quasi riusciti a raggiungere lo scopo dell’Agenda 2020, che chiedeva di lavorare al raggiungimento del tasso del 100% di scolarizzazione degli alunni di 3 anni. Questo è stato forse agevolato dal fatto che la nostra legislazione educativa prevede che dai 3 anni fino all’educazione secondaria il percorso scolastico sia gratuito per le famiglie. Lo stesso non accade sotto ai 3 anni, dove il tasso di scolarizzazione più alto è rappresentato dal 50% dei bambini di 2 anni; attorno all’anno rappresenta indicativamente il 35% e per bambini di meno di un anno arriva al 10%. Per fare un’analisi completa bisognerebbe toccare tanti punti, però uno dei motivi principali per cui i numeri, nel primo ciclo di educazione infantile, sono bassi dipende dal fatto che non si tratta di un percorso gratuito bensì prevede costi elevati.

Il prossimo obiettivo, con l’Agenda 2030, è raggiungere il 100% di accessi ai servizi educativi anche con la prima tappa di scolarizzazione: in questo caso non si parla più di un’età specifica, ma di una fascia d’età e dunque si configura come un obiettivo più difficile da raggiungere. Occorre però provarci.

 

Le questioni ancora aperte

In Spagna abbiamo il problema che lo 0-6 è una tappa educativa unica, divisa però in due cicli educativi: lo 0-3 da un lato e il 3-6 dall’altro. Prima della riforma1, accadeva lo stesso anche nelle altre tappe: alla primaria avevamo tre cicli che ora invece sono stati cancellati e unificati in un percorso unico di sei anni.

L’educazione infantile invece resta ancora divisa in due cicli e questo sta portando lo 0-6 a perdere la sua identità, frammentandosi sempre più in un primo ciclo 0-3 – che non dipende direttamente dall’area educativa, come succede con tutte le altre tappe, ma fa capo ad altri organismi pubblici quali i servizi sociali e i servizi relativi alla famiglia – e in un secondo ciclo 3-6 che si avvicina sempre più, nei contenuti, nei pensieri e nelle modalità, al 6-12. Si tratta di una questione importante, perché evolutivamente ha più significato avere una tappa 0-6 con competenze comuni su cui lavorare e le esperienze da proporre sono ben diverse da quelle che succedono dopo i sei anni. Se si vuole riconoscere lo 0-6 come tappa con identità propria, occorre allora ripensare anche a questo aspetto.

Poi abbiamo anche un altro punto critico su cui riflettere: avendo questa irregolarità sulla prima tappa educativa, vediamo che sullo 0-3 esiste ancora, anche se penso che non sia la tendenza più forte, l’idea degli asili nido come posti dove poter lasciare i bambini mentre le mamme e i papà lavorano. Noi chiamiamo questo modo di intendere i servizi “guarderia” e abbiamo lottato tanto per sopprimere questa idea e iniziare a parlare di servizi per l’educazione infantile, perché sia riconosciuto il loro valore educativo non come luoghi solo dove “guardar”, prendersi cura dei bambini.

 

Il dibattito attuale

A questo proposito, penso che sia importante analizzare, fare un po’ di luce e approfondire due argomenti.

Un primo tema è l’introduzione delle lingue straniere, che appare sempre più connesso all’idea che prima si introducono, meglio è. Oggi sembra essere uno slogan potente per la società delle scuole, non solo private ma anche pubbliche, presentarsi come scuole bilingue o plurilingue. Come dicevo, l’idea è “quanto prima, tanto meglio”: l’introduzione dell’inglese entro il primo anno di vita sembra essere un valore educativo aggiunto. Ci sarebbe da discutere a questo proposito, perché non c’è dubbio che la lingua straniera sia importantissima, che ad oggi l’inglese sia importantissimo, ma non si mette qui in discussione l’importanza dell’inglese, quanto piuttosto il momento in cui ha valore introdurre un’altra lingua. Se parliamo dello 0-3 ha senso introdurre una lingua verbale, quando non è il primo modo di esprimersi dei bambini, almeno quelli più piccoli, che sono in una fase preverbale? Per loro è importantissimo il linguaggio non verbale, è importantissimo lavorare su alcuni aspetti conosciuti – sulle relazioni, sugli spazi, sulle emozioni – su cui loro possono esprimersi in diversi modi. Quale significato educativo può introdurli a una lingua che non conoscono, differente dalla lingua materna, legata alle emozioni, che ancora stanno acquisendo? È un tema molto complesso, ma su cui credo occorra fermarsi a riflettere.

Un secondo tema su cui discutere riguarda una questione che credo non appartenga solo al contesto spagnolo ma anche a tanti altri Paesi occidentali: le mode di pedagogie che non vengono intese nella loro complessità e trattate con cura. Scuole Montessori dappertutto, scuole Waldorf dappertutto. Sono modelli pedagogici che hanno tantissimo da offrire, però chiedono di essere studiati in profondità, conosciuti e anche rivisti in ottica contemporanea. Molte cose sono cambiate, restano forti alcuni punti e sarebbe interessante assumerli nelle scuole, ma richiedono una riflessività profonda e l’esercizio di un pensiero costante. Mi preoccupa parecchio vedere che queste mode vendano così tanto nella società, che i genitori possano esserne confusi e che se ne faccia un’attuazione parziale senza che vengano accolte.

Entrambi vanno trattati con molta professionalità e riflessività; il rischio d’altra parte è di sminuire l’educazione infantile. La pedagogia non è una moda, è un’area scientifica con i suoi fondamenti e il suo pensiero, costruito sulla base di ricerche, studi ed esperienze e necessita dunque di essere valorizzata attraverso una riflessione profonda.

 

1 LOMCE (Ley Orgánica para la Mejora de la Calidad Educativa), 8/2013.


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