Offre un approfondimento sugli Orientamenti nazionali per i servizi educativi per l'infanzia attraverso un dialogo con chi li ha tracciati

a cura di Francesca Linda Zaninelli

 

I diritti delle bambine e dei bambini

In dialogo con Paola Cagliari, membro della Commissione nazionale zerosei

 

Il bambino degli Orientamenti è portatore di diritti universali e di diritti specifici, primo fra tutti quello a un’educazione di qualità fin dalla nascita. Il tema dei diritti dell’infanzia è il filo rosso che rende tra loro coerenti le diverse parti di cui si compongono gli Orientamenti, prendendo le mosse dalla Costituzione, dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e dalle recenti raccomandazioni europee. La prospettiva dei diritti, già affermata con le Linee pedagogiche, con gli Orientamenti si fa più esplicita, legandosi al tema dello sviluppo delle potenzialità infantili. Guardare all’infanzia attraverso la lente dei suoi diritti significa pensare a bambine e bambini come cittadini, ribadire che l’infanzia è una categoria strutturante della società, un’età della vita con le sue peculiarità e un suo presente, superando del tutto ogni idea di fase di preparazione alla vita adulta. 

Nel terzo contributo della rubrica mettiamo a fuoco il tema dei diritti di tutte le bambine e di tutti i bambini, presente nel secondo capitolo, grazie alle riflessioni di Paola Cagliari, membro della Commissione nazionale zerosei e pedagogista di Reggio Children. 

I diritti dei bambini costituiscono l’asse portante degli Orientamenti per i servizi educativi e la bussola che orienta le scelte pedagogiche da essi proposte.

Già la legge 107/2015 e il D. Lgs. 65/2017 assumono come obiettivo, pur non usando il termine, il riconoscimento dei diritti. Sono infatti i primi disposti normativi, nel nostro Paese, che considerano i bambini di questa fascia di età come destinatari diretti di politiche pubbliche, e non come figli di.

Questo è particolarmente forte per il nido che esce dalla funzione di mera conciliazione e custodia, per mettere al centro il diritto dei bambini di sviluppare tutte le loro potenzialità di apprendimento e di relazione, attraverso opportunità fornite con competenza, integrando la primaria funzione educativa della famiglia.

Il passaggio culturale da bisogni a diritti dei bambini è di estrema importanza. I bisogni, infatti, si definiscono a partire da una idea di “normalità” rispetto a cui si è mancanti, alludono all’idea di fragilità e chiamano quindi un intervento riparativo e compensativo, che può essere o non essere erogato. I diritti guardano invece il soggetto, con occhio positivo, obbligano al riconoscimento delle risorse di cui è portatore e della sua identità, impegnano tutti coloro che ne hanno la responsabilità a creare e sviluppare le condizioni perché ognuno venga rispettato e valorizzato nelle caratteristiche di cui è portatore. Impongono quindi un intervento proattivo, inclusivo e universale.

“I bambini hanno diritto al rispetto, a essere visti come persone e valorizzati ognuno nella propria particolarità e unicità, al di là di qualsiasi idea uniforme e stereotipata”. Questo che viene dichiarato, nel capitolo 2, come primo diritto richiama il riconoscimento e l’accoglienza dei bambini nella loro interezza e nella loro differenza.

Affermava Loris Malaguzzi: “Sentirsi intero è per il bambino (e così per l’uomo) una necessità biologica e culturale: uno stato vitale di benessere”. Fin dal nido il bambino ha diritto alla cura, cioè di essere oggetto di attenzioni che sono importanti per il suo benessere psicofisico. Cura del suo corpo, e insieme della sua mente, cioè della sua curiosità, del suo desiderio di toccare, esplorare, assaggiare, conoscere, mettere in relazione, scoprire, formulare delle prime ipotesi su come funzionano le cose del mondo. Quindi il diritto di godere di opportunità che non separano corpo e mente, cura e apprendimento.

Il richiamo al curricolo, nel capitolo 6, vuole riconoscere questo diritto ai bambini: di essere portatori del desiderio e delle risorse per apprendere. I bambini non incontrano il sapere dai 3 anni in poi, ma sono immersi fin dalla nascita in un ambiente culturale che attiva i 100 linguaggi di cui sono dotati, che così prendono forma e diventano consapevolezze, conoscenze, strumenti per pensare e comunicare, grazie al dialogo competente con gli adulti e gli altri bambini.

In quest’ottica, i diritti dei bambini orientano tutte le misure previste nel decreto: la continuità 06, l’accessibilità con l’aumento dei posti, la cura dell’ambiente provocatore di scoperte e relazioni, la formazione del personale e il lavoro collegiale, l’organizzazione della giornata, la partecipazione delle famiglie, fino alla definizione di ruoli integrati e complementari tra Stato, Regioni e Comuni.

Il diritto del bambino di essere riconosciuto intero vincola quindi ad abbandonare idee tassonomiche e frammentate del percorso di educazione e istruzione. Vincola poi alla relazione del servizio educativo con le famiglie e con gli altri soggetti che a diverso titolo si occupano dell’infanzia. Uno sforzo congiunto al dialogo tra istituzioni, soggetti, politiche, affinché il bambino percepisca la ricomposizione del suo mondo, che è fatto di più luoghi e persone e una solidarietà condivisa verso i suoi processi di crescita. La partecipazione delle famiglie e i tavoli interistituzionali non sono allora azioni opzionali, ma, nella prospettiva dei diritti, condizioni obbligatorie per renderli esigibili ai bambini.

Ogni bambino ha poi diritto a essere accolto nella sua unicità e differenza. Tutti i bambini sono portatori di risorse: curiosità, disponibilità all’apprendimento e alla relazione, molteplici linguaggi di comunicazione. Vogliono conoscere il mondo in cui vivono e non attendono l’adulto per esplorare, ricercare, dare significato. Tutti hanno diritto a sviluppare al massimo potenziale le risorse di cui sono dotati. Se trovano adulti disponibili a farsi partecipi della loro ricerca questa può farsi più ricca e complessa. Questo diritto impone agli adulti di mettere in atto strumenti perché l’ascolto verso le differenti strategie di apprendimento dei bambini non sia solo una disponibilità personale, ma possa essere una dimensione professionale arricchita da scambio, confronto, interpretazione condivisa, per potersi avvicinare alla conoscenza dei modi di relazionarsi e conoscere ciascun bambino e per poter costruire un dialogo che renda più competenti le potenzialità alla relazione e all’apprendimento di tutti i bambini. 

La formazione degli educatori alla relazione, all’ascolto, all’osservazione, alla documentazione, all’interpretazione colta di quello che i bambini propongono con i loro molteplici linguaggi, è quindi un diritto dei bambini, prima di essere un diritto-dovere degli adulti.

Come cittadini i bambini hanno poi diritto a condividere con altri bambini una quotidianità fatta di gioco, esperienze, gesti di cura. La relazione tra bambini è un contesto di apprendimento ricco di scambi e confronti, imitazioni e scoperte, conflitti e solidarietà, negoziazioni e accordi, attese e disattese, amicizie e indifferenze, atti di giustizia e di prevaricazione, prepotenze e tenerezze, cioè di tutte quelle dinamiche che danno forma alle società umane.

La ricerca documentata che si svolge nei servizi educativi, luoghi dove i bambini possono agire e pensare insieme, offre immagini di infanzia concrete e aggiornate che rappresentano istanze sociali di grande valore, che vengono così tolte dall’invisibilità. La documentazione risponde quindi a un altro diritto dei bambini: quello di essere riconosciuti cittadini, cioè di essere partecipi della costruzione della società.

Per questo offrire la possibilità a tutti i bambini di frequentare un servizio educativo di collettività è prima di tutto un diritto del bambino a vivere con pienezza il presente e a costruire il futuro.

 

 

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