Rilanci

a cura di Giovanna Carugo

Rilanci racconta punti fermi, questioni aperte e prospettive ogni volta attraverso la voce di un soggetto che lavora per i diritti dell’infanzia

 

Uno sguardo pedagogico

Nell’intervista Silvia Negri, presidente dell’Associazione Professioni Pedagogiche, racconta punti fermi, obiettivi e proposte per i servizi educativi 0-6

 

Punti fermi da mantenere

Il nostro punto fermo, l’orizzonte verso cui ci muoviamo è l’inclusione: un pensiero che incorpora fin dalle origini della progettazione e dell’azione educativa il significato profondo dell’unicità dell’individuo e del suo diritto a essere accolto dentro i contesti di vita e di crescita per come è, con tutte le sue caratteristiche e condizioni e senza che quel diritto sia garantito solo da diagnosi o certificazioni. Siamo assolutamente a favore di un approccio multidisciplinare nella comprensione delle persone e dei loro funzionamenti, ma rivendichiamo lo sguardo pedagogico come punto di vista che guarda l’essere umano così come è, lo accetta incondizionatamente e lavora per sviluppare con lui tutte le sue potenzialità, qualsiasi esse siano. La prospettiva pedagogica è bio-psico-sociale per essenza e per definizione e si rivolge anche e soprattutto ai contesti di vita per aumentarne lo spessore educativo: il periodo che stiamo vivendo ci sta insegnando in modo inequivocabile che i servizi socio-educativi e socio-sanitari da 0 a 99 anni, la scuola, la comunità devono essere sempre più autenticamente educanti, nella sostanza e non solo nelle intenzioni, per poter supportare a accompagnare soprattutto chi di noi è più fragile a trovare buoni adattamenti, a rispondere in modo resiliente alle avversità e a crescere sviluppando autonomia e capacità di autodeterminazione. Si tratta di un percorso non semplice e che necessita di un investimento collettivo promosso, progettato e coordinato con competenza da figure professionali adeguatamente formate: il/la pedagogista e l’educatore/l’educatrice socio-pedagogico/a.

Crediamo inoltre che sia necessario rimettere al centro dell’agire pedagogico la relazione educativa, garantendo la continuità delle figure educative, a scuola ma anche negli altri servizi educativi, grazie anche a un loro adeguato riconoscimento, sul piano sociale, normativo ed economico. I bambini, i ragazzi e le persone fragili in particolare necessitano di punti di riferimento stabili, che investono nella relazione, la quale ha bisogno di tempo per saldarsi e rinforzarsi.

 

Un obiettivo da raggiungere

Sono ancora molti i punti da affrontare e gli obiettivi da raggiungere, ma in questo momento ci sentiamo di privilegiare il diritto all’educazione dei soggetti più esposti ai rischi di disuguaglianza nelle opportunità e di esclusione sociale: i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze e le famiglie che vivono in contesti di svantaggio socio-economico linguistico e culturale e in generale tutti e tutte quelli che manifestano in modo più evidente dei bisogni educativi che diventano tanto più speciali quanto più l’ambiente che li accoglie è rigido e impermeabile di fronte alle loro esigenze. Su questo aspetto auspichiamo un investimento statale imponente e ci impegniamo come associazione professionale per accompagnare le Istituzioni a riconoscere e a interpretare i segnali che provengono dai contesti e a co-progettare delle risposte adeguate e pedagogicamente valide. Questo è un punto e nello stesso tempo un obiettivo: vorremmo che il pensiero inclusivo diventasse un principio essenziale e imprescindibile del funzionamento dei servizi, delle scuole, della comunità tutta.

Crediamo sia importante sostenere e accompagnare la comunità, le famiglie, i genitori innanzitutto, nel loro delicato ruolo, in un momento storico che ha fatto vacillare la rete sociale, affinché bambini e ragazzi trovino un ambiente sano e armonioso in cui crescere per diventare adulti equilibrati.

 

Una proposta per proseguire

Riteniamo che non sia più rimandabile un massiccio e capillare inserimento delle professioni pedagogiche nei contesti di vita e di crescita delle persone, proprio per aumentarne lo “spessore pedagogico”, come l’abbiamo definito prima. Per quanto riguarda i servizi 0-6 anni pensiamo sia indispensabile che il ruolo di coordinamento pedagogico sia affidato a pedagogisti e pedagogiste, superando definitivamente anche nelle normative locali la possibilità che nei bandi di concorso vengano inseriti titoli di studio diversi dalle lauree magistrali di area pedagogica. Nelle scuole dalla primaria alla secondaria di secondo grado stiamo sostenendo, anche grazie alla firma di un protocollo di intesa fra Ministero dell’Istruzione, Associazioni professionali e associazioni e società scientifiche accademiche1, la presenza del/la pedagogista quale “figura di sistema che facilita le relazioni e la comunicazione fra tutti i soggetti facenti parte della comunità scolastica, sostenendo e sviluppando una progettualità comune e condivisa” (p. 3). In questo modo si potrebbero ottimizzare gli interventi di professionisti/e esterni/e (psicologi, formatrici, esperti/e di laboratorio, ma anche educatori e educatrici) che spesso vengono attivati senza una regia complessiva, con un’ottica di risposta a singole emergenze o di giustapposizione alle attività curricolari, e che quindi rischiano di disperdere la propria efficacia per l’eccessiva frammentazione delle proposte. Ci auguriamo che la nascita recente di Feder.P.Ed., la prima Federazione di associazioni di pedagogisti e educatori e educatrici socio-pedagogici, insieme alla collaborazione con le Università e le Istituzioni centrali e locali che stiamo costruendo, ci permetta di raggiungere questi importanti obiettivi e ci auguriamo di accogliere un numero sempre crescente di adesioni nella categoria, perché ne abbiamo bisogno per avere voce nei tavoli di progettazione e confronto a tutti i livelli.

 

1 www.miur.gov.it/it/web/guest/-/protocollo-intesa-attivazio­ne-progetti-finalizzati, 27/08/2020.

 

 

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