Questioni di genere

a cura di Rosy Nardone e Federica Zanetti

 

“Quando si è impossibilitati a rivelare da soli la propria verità, è il modo in cui veniamo raccontati l’unica strada che ci rende intellegibili agli altri. Solo che spesso quella strada conduce da qualche altra parte. Non esistono narrazioni prive di conseguenze. Nemmeno una fiaba lascia il mondo come l’ha trovato. È dalle storie che i bambini ricavano inconsapevolmente i codici segreti per aprire la cassaforte del mondo”1.

Nell’epoca della pervasività della comunicazione, è sempre più evidente che noi siamo esseri in narrazione, partecipando a una narrazione collettiva, in cui non sempre ci riconosciamo, ma anche dando voce alle storie nella storia.

Essere maschio o femmina, come identità socialmente e culturalmente costruita, deve fare i conti con le stratificazioni tra queste vecchie e nuove narrazioni, nonché silenzi, impregnati spesso di stereotipi che sfociano in pregiudizi e sessismi, per proporre nuove contro-narrazioni. I processi formativi e educativi possono essere promotori di sguardi nuovi su strumenti, linguaggi, contesti che ci appartengono da sempre, come chiavi per promuovere una cultura di genere che sappia valorizzare le differenze come diritto e non come elementi discriminanti.

Il teatro, lo sport, il gioco, i racconti, la scuola diventano i luoghi privilegiati per le infanzie, in cui poter promuovere una consapevolezza critica, una cultura del rispetto dell’alterità e della possibilità di essere bambine e bambini, superando le gabbie di pregiudizi e confusi luoghi comuni costruiti dal mondo adulto.

Per compiere questo cambio di paradigma è necessario accogliere la sfida di un cambio di prospettiva, in cui quella di genere diventa trasversale agli ambiti dell’educazione e alle discipline scolastiche, e soprattutto diviene la prospettiva attraverso cui ripensarsi come adulti competenti e responsabili dei processi educativi.

  

1 M. Murgia, Ave Mary. E la chiesa inventò la donna, Einaudi, Torino, 2011, p. 121.

 

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