"Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola.
A volte ne scrivo una e la guardo fino a quando non comincia a splendere"
Emily Dickinson
 

La rubrica di Bambini riprende alcune tra le parole più significative dell'educazione, ripercorrendone i significati e aprendo a nuove stimolanti riflessioni. Ecco le parole pubblicate

A Accessibilità, Affetti, Agency, Arte, Atmosfera, Avventura – C Cambiamento, Città (Che Apprende), Competenze, Condivisione, Consunzione, Contesti, Corpo, Creatività, Crisi, Cura – D Disegno, Diseguaglianze, Documentazione – E Emozioni, Esigenza, Espressività – F Famiglie – G Gioco – H Habitus – I Identità, Imperfezione, Inclusione, Infanzia, Intercultura, Intimità – L Lettura, Ludicità – M Movimento – N Nascere, Natura, Negligenza – O Osservazione – P Pace, Paesaggi, Parola, Partecipazione, Poetica, Progetto – Q Qualità – R Regole, Riflessività – S Sguardo, Situarsi, Soglia, Spazio – T Territorio, Transizioni 

Questo mese leggi: Atmosfera

Mauro Van Aken

Professore associato, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, Università di Milano-Bicocca

 

Giro giro tondo. Casca il mondo. Casca la terra tutti giù per terra.

Filastrocca antica questa, un giocare in un cerchio attorno a una terra che, non solo per gioco, sembra cascare, condividere un mondo che turbina attorno anche in modo disorientante oggi. Una filastrocca che ha le sue radici anche in profondi periodi di crisi e anche pandemici nel Medioevo. 

In effetti nella crisi climatica “il cielo ci cade sulla testa” (Serres, 2010) e sembra far cascare il mondo: tra bombe d’acqua, siccità molto prolungate come quella vissuta in questo 2022 e le continue “emergenze maltempo”. Sentiamo nei nostri luoghi un ambiente che si trasforma ma senza padronanza umana, l’ambiente si presenta come “altro”, fuori-categoria, emergenza continua.

La natura riemerge come minaccia e degrado, anche perché l’abbiamo immaginata come oggetto a “nostra” disposizione e si ripresenta invece come invasiva e dinamica, proprio un grande soggetto animato e da cui dipendiamo! La nostra idea di natura, che si è consolidata con lo sviluppo economico fondato su fonti fossili, ha separato il campo dell’umano dal resto del vivente: si è tradotta in un grande magazzino, una grande discarica (anche di CO2 nel cielo) o un grande spettacolo, ma sempre “fuori da noi”. Ciò è stato definito un dualismo tra cultura/natura, la costruzione culturale meno condivisa tra le più diverse popolazioni, sempre costrette a valorizzare e tenere cura della relazionalità, interdipendenza e anche vulnerabilità tra diversi agenti che disegnano il mondo, forze del vivente, tra cui anche gli attori del cielo.

Oh cielo! Proprio ciò che era muto, si rivela attivo, pieno di azioni e reazioni, vibrante, vicino piuttosto che distante, potente piuttosto che sotto padronanza e, soprattutto, così interrelato e interdipendente. La stessa etimologia di ambiente, ancor più esplicita nella radice inglese (anche in francese) environment ci parla di questo: vironing, è attorniare, quindi l’ambiente come qualcosa che ci avviluppa, ci gira attorno in un planetario girotondo interrelato, un insieme di agenti, che oggi riscopriamo solo spaventati perché li immaginavamo a disposizione o in equilibrio armonico.

Le parole con cui denotiamo il tempo meteorologico sono da sempre modelli per definire l’esperienza del nostro tempo sociale, delle dimensioni emotive e intime delle comunità, e ciò vale per tutte le culture. Il tempo atmosferico e il tempo sociale sono profondamente interrelati nelle culture e lo spaesamento dell’uno è sempre un tremore per l’altro, e oggi – oh cielo! – ci accorgiamo di aver perso le nostre relazioni di significato sociale ed esistenziale con l’atmosfera, seppur i grandi vulcani di CO2 siamo proprio noi con il nostro “festival del carbonio” da un secolo e mezzo, le nostre pratiche tutte terra terra. A fronte di questi cambiamenti, non abbiamo le parole e le metafore significative per pensare i cambiamenti climatici, che quindi rimangono insensati, fantasmatici, e come tali rimangono “impensabili” (Ghosh, 2016).

Se le culture da sempre costruiscono la propria identità e intimità in relazione ai propri flussi atmosferici, in una modalità di “appaesamento” nel tempo, un sentirsi solidali e “in risonanza” ai propri territori, permettono di elaborare passaggi, lutti e generazioni, i cambiamenti climatici sono un radicale spaesamento dove viene a mancare la fiducia nei luoghi. Tutte le culture sono storicamente “campate per aria” (Van Aken, 2020), nel suo senso generativo di essere radicate per aria e solo appoggiate per terra, dove possono cascare! 

Decarbonizzare l’economia parte da decarbonizzare l’immaginario, riconoscere l’interdipendenza di soggetti nello stesso cerchio del girotondo proprio per cambiare gioco, partendo dall’uso di parole nuove come scrive il glaciologo Lorius: “il giorno in cui cambiamo lo sguardo, dobbiamo cambiare il vocabolario. Il giorno in cui cambia il mondo, bisogna cambiare i nomi” (Lorius e Carpentier, 2013, p. 13). Un tornare “terrestri” (Latour, 2018) cioè connessi alla terra (earthbound), alle forze e girotondo del terrestre atmosferico, vulnerabili e non sovrani, in tante, più divertenti e generative di futuro, dichiarazioni e giochi di interdipendenza: tutti giù per aria!

 

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