Le parole dell'educazione
 
"Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola.
A volte ne scrivo una e la guardo fino a quando non comincia a splendere"
Emily Dickinson
 

La rubrica di Bambini riprende alcune tra le parole più significative dell'educazione, ripercorrendone i significati e aprendo a nuove stimolanti riflessioni. Ecco le parole pubblicate

A Accessibilità, Affetti, Agency, Arte, Avventura – C Cambiamento, Città (Che Apprende), Competenze, Condivisione, Consunzione, Contesti, Corpo, Creatività, Crisi, Cura – D Disegno, Diseguaglianze, Documentazione – E Emozioni, Esigenza, Espressività – F Famiglie – G Gioco – I Identità, Imperfezione, Inclusione, Infanzie, Intercultura, Intimità – L Lettura, Ludicità – M Movimento – N Nascere, Natura, Negligenza – O Osservazione – P Pace, Paesaggi, Partecipazione, Poetica, Progetto – Q Qualità – R Regole, Riflessività – S Sguardo, Situarsi, Soglia, Spazio – T Territorio, Transizioni

 

In questo mese, leggi: Paesaggi

 

Ugo Morelli

Psicologo, studioso di scienze cognitive e scrittore, Dipartimento di Architettura, Università Federico II di Napoli

 

Il primo paesaggio, quello che non smettiamo mai di scoprire, dopo il mondo prenatale in cui si creano le basi di noi stessi, è il volto della madre e della persona amata.

Alessandro il Macedone a 24 anni traccia con la farina i limiti di quella che sarà Alessandria d’Egitto. Usare la farina per tracciare il limite fra spazio degli uomini e il resto del mondo, fra il vicino e il lontano, fra il prossimale e il distale è una metafora efficace per definire il paesaggio, che rimane per noi una proprietà emergente al punto di connessione tra il nostro mondo interno, le nostre emozioni e percezioni, e il mondo estero, mediante un principio di immaginazione, introiezione e proiezione (Morelli, 2011). Abbiamo una disposizione naturale all’empatia con lo spazio e all’estensione di noi stessi e il paesaggio è palestra ed esito di questa nostra propensione e tensione estetica. Il paesaggio è, allora, scoperta continua del mondo mentre scopriamo ancora una volta noi stessi.

È stato lo studioso e poeta Paul Valery a indicare uno dei più rilevanti aspetti di quella scoperta. Secondo lui non si tratta solo di scoprire nuove terre o mondi sconosciuti, ma di vedere il mondo con nuovi occhi (Valery, 1993). Certamente sappiamo molto poco dello spazio siderale, come ha sostenuto in un’intervista l’astrofisico tedesco Hans Schlegel. Dobbiamo scoprire daccapo che cosa significa essere umani. Ci sono, in sostanza, almeno due frontiere, una verso l’infinitamente grande dello spazio intorno a noi e una verso l’infinitamente piccolo dello spazio interno a noi. L’interno e l’intorno sono i luoghi della nostra vita e oggi si tratta di conoscerli e conoscerci in modo più appropriato.

È la vivibilità la frontiera del paesaggio, oggi nell’epoca della civiltà planetaria. Un’evoluzione necessaria è riconoscere il limite come la fonte di ogni possibilità. Stiamo scoprendo, inoltre, che la nostra mente non solo non è nella nostra testa, perché emerge nelle relazioni con gli altri, ma è decisamente collegata a un contesto e alle culture in cui nasciamo e viviamo, cioè ai paesaggi della nostra vita. Ciò ci fa scoprire un altro aspetto che merita attenzione: la forza dell’abitudine. Cambiare idea, infatti, è per noi difficile. Tutte le volte che possiamo facciamo vincere la rassicurazione che ci deriva dal fare come abbiamo sempre fatto, anche quando è evidente che le conseguenze delle nostre scelte non sono desiderabili. Tutto questo e molto altro non significa che siamo fatti male, mentre credevamo di essere fatti bene. Significa solo che sappiamo appena qualcosa di più preciso di come siamo fatti e quasi tutto è ancora da scoprire. Importante può essere riflettere sui vantaggi che ci possono derivare da una visione più realistica e consapevole di noi stessi. Sapere qualcosa di più su come decidiamo ci può aiutare ad allenarci su come fare meglio la nostra parte nei sistemi viventi di cui siamo parte, creando paesaggi all’insegna della vivibilità. Essere consapevoli che la nostra individuazione si definisce nella relazione con gli altri e con i paesaggi della nostra vita può aiutarci a prestare attenzione all’influenza che gli altri hanno su di noi e che noi abbiamo sugli altri e sul sistema vivente da cui dipendiamo. Una concezione più rea­listica di noi stessi ci può far scoprire che siamo parte del mondo in cui viviamo, limitati ma unici, e aiutarci a ritarare la nostra presenza individuale e collettiva nel mondo in cui viviamo, all’insegna del valore del limite.

 

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