Le parole dell'educazione
 
"Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una e la guardo fino a quando non comincia a splendere"
Emily Dickinson

 

La rubrica di Bambini riprende alcune tra le parole più significative dell'educazione, ripercorrendone i significati e aprendo a nuove stimolanti riflessioni  

 

Sguardo

Michele Marangi

Ricercatore del Cremit (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Innovazione e alla Tecnologia), insegna Tecnologie dell’Istruzione e dell’Apprendimento all’Università Cattolica di Milano

 

Molti medicinali riportano sempre due indicazioni precise, strettamente correlate: “Tenere fuori dalla vista e dalla portata dei bambini sotto i 3 anni al fine di evitarne l’ingestione accidentale. Non superare la dose giornaliera consigliata”.

Appare automatico collegare la vista dei bambini alla loro possibilità di agire o di utilizzare qualcosa in modo non riflessivo e ponderato, ma forse la questione va affrontata in modo più articolato, riflettendo sulle differenti implicazioni che il concetto di “sguardo” può assumente in riferimento all’infanzia.

Guardare può sembrare un verbo e un’azione semplice, naturale. Antoni Muntadas, artista concettuale catalano, ha creato molte installazioni sul tema delle percezioni socio-culturali, ricordando che ciò che chiamiamo sguardo va differenziato tra il vedere, il guardare e il percepire. Utilizzando questa tripartizione, il primo dato è che i bambini vedono in modo differente da quello degli adulti. Biologicamente necessitano circa due anni per raggiungere i dieci decimi di acutezza visiva, in un percorso di graduale e progressiva capacità di cogliere la profondità, di messa a fuoco dinamica e di pieno controllo dei muscoli oculari. Oltre alle caratteristiche fisiche, i bambini vedono in modo differente anche per la prospettiva di sguardo, per la proporzione rispetto al loro corpo e agli ambienti in cui crescono (Tisseron, 2006). In che misura gli adulti si ricordano di queste specificità o, viceversa, traslano la propria percezione del reale, dando per scontati aspetti che per i più piccoli non lo sono affatto? Come facilitare un rapporto con il visibile che sia adeguato e proporzionato alle esigenze dei più piccoli?

La cura degli adulti rispetto alla varietà delle cose che i bambini dovrebbero poter vedere ha conseguenze anche sullo sviluppo della loro capacità di guardare, ovvero di attivare un’attenzione maggiore su ciò che vedono, di sviluppare capacità di sguardo oltre l’immediato, di attivare visioni generative. Guardare in modo attento e non superficiale, oltre il flusso indistinto del vedere, è la condizione necessaria per sviluppare immaginazione e creatività, elementi chiave per costruire la propria identità personale e relazionale (Resnick, 2018). Quante volte sono gli adulti a impoverire le potenzialità creative dello sguardo infantile, non favorendo la capacità di guardare oltre?

Questo atteggiamento riduttivo che spesso caratterizza gli adulti si innesta sul terzo livello della visione, ovvero la percezione, una dimensione non più solo individuale, ma anche socio-culturale. Sempre più spesso, la percezione adulta dell’infanzia resta in bilico tra due poli contrapposti (Hillman, 2007). Da un lato, un’eccessiva infantilizzazione, che tende a rispecchiarsi nella banalizzazione dello stesso adulto, per cui l’infantile è mera semplificazione: tenerezza, purezza e istinto. D’altro canto, l’immaginario collettivo tende sempre più a ricodificate l’infanzia come palestra dell’adultità, cui adeguarsi e adattarsi. Dai corsi di inglese a 3 anni, allo youtuber più pagato del mondo, un bambino che spacchetta regali, con un fatturato annuo di circa 30 milioni di dollari.

In questa dialettica tra il vedere dei bambini, la loro capacità di guardare oltre l’ovvio che rischia di essere depotenziata da adulti che percepiscono l’infanzia come categoria bipolare, tra Eden perduto e simulazione del dover essere grandi, quanto incide la presenza sempre maggiore degli schermi digitali? È sufficiente tenere fuori dalla vista e dalla portata, evitarne l’ingestione accidentale e non superare la dose consigliata? Potrebbe essere una domanda meno scontata di quanto non appaia a prima vista, su cui tornare in modo più approfondito.

 

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