I gestori dei servizi

a cura di Matteo Taramelli e Alberto Alberani

Uno spazio di incontro e confronto su un unico tema, un unico argomento affrontato dal punto di vista dei diversi gestori di servizi 0-6.

 

Accogliere

Accogliere un bambino o una bambina con disabilità è una sfida pedagogica, relazionale e, aggiungiamo, organizzativa notevole. Affinché l’esperienza sia arricchente e positiva è necessario un impegno condiviso, un progetto ben definito e un equilibrio tra tutte le istanze in gioco. Proviamo a mettere in fila qualche idea e qualche storia.

 

L’ingresso di ogni bambino nella scuola dell’infanzia comporta preoccupazioni e difficoltà sia per la famiglia sia per il bambino che deve affrontare questo importante passaggio della sua vita. Tali preoccupazioni sono maggiormente evidenziate quando il bambino da accogliere ha delle disabilità. La scuola ha il compito di alleviare tali timori rispondendo in maniera adeguata ai bisogni educativi di tutti attraverso un processo inclusivo che coinvolga le diverse realtà formative presenti nell’istituto scolastico e nel territorio, rea­lizzando percorsi che permettano al bambino di sentirsi parte del gruppo, di sentirsi partecipe e rispettato nella propria individualità. Ad esempio, canti, filastrocche, giochi tattili verranno proposti per l’accoglienza di un bambino non vedente.

Il periodo dell’accoglienza diviene pertanto un processo fondamentale per comprendere i bambini, soprattutto quelli speciali, conoscere le loro competenze, favorire la condivisione di sentimenti ed emozioni, riconoscere le persone e i loro ruoli, familiarizzare con gli spazi, accettare le regole di vita comune attraverso l’uso di molteplici linguaggi, giochi inclusivi e di conoscenza, che permettano a ogni singolo bambino di esprimere se stesso secondo le proprie capacità, i propri ritmi, i propri stili di apprendimento.

Giovanna Arcuri, Docente scuola dell’infanzia, Istituto Comprensivo statale Lipari “S. Lucia” (Me)

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L’accoglienza di un bambino o una bambina con disabilità è sempre l’accoglienza di una storia unica e di un incontro con una diagnosi in un tempo preciso del ciclo di vita di una famiglia. Creare all’interno dei servizi educativi uno spazio fisico, mentale e relazionale che consenta al bambino con diritti speciali di trovare adeguati contesti di cura e apprendimento per il suo presente e il suo futuro progetto di vita, e alla famiglia di sentirsi davvero parte di un’esperienza educativa, che cerca nelle quotidiane relazioni forme di co-responsabilità e co-evoluzione, richiede educatori e insegnanti in grado di padroneggiare saperi, tecniche e strumenti. Ma per quanto rappresentino dimensioni importanti nel panorama delle competenze degli operatori, non sono garanzia di un intervento inclusivo. Occorre quindi coltivare la capacità di stare e sostare all’interno di relazioni emotivamente complesse o nelle quali ciò che ci attendiamo dagli interventi proposti trova tempi di realizzazione diversi dalle nostre aspettative. Occorre investire sul gruppo dei pari come risorsa di contesto preziosa per favorire esperienze inclusive che valorizzino le potenzialità di ciascuno e arricchiscano le dinamiche interpersonali. Un buon progetto educativo deve promuovere alleanze e raccordi con tutti i soggetti della rete socio-sanitaria e territoriale per attivare le risorse presenti nei diversi contesti di vita del bambino e operare secondo un approccio sistemico e personalizzato perché ciò che si progetta possa trovare senso e significato per ogni bambino che incontriamo.

Ilaria Mussini, Pedagogista responsabile servizi educativi Comune di Correggio (RE)

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La scuola è chiamata a considerare la diversità – di abilità, competenze, intelligenze, esperienze e sfondi culturali – quale elemento costitutivo, conveniente e normale negli spazi sociali che bambini e adulti attraversano (G. Scaratti, C. Zucchermaglio, a cura di, Diversità: vincolo o risorsa educativa?, Trento Unoedizioni, 2014) ci invita a considerare la diversità come risorsa, non come vincolo educativo). Interpretare l’eterogeneità tra bambini come la risorsa più potente per promuovere apprendimento (Bruner ci ha insegnato che su essa poggia la possibilità dei bambini di supportarsi reciprocamente, di fare scaffolding tra pari) significa assumere la sfida pedagogica di creare esperienze didattiche di interazione tra bambini, guidate da un adulto esperto delle condizioni che favoriscono la reciprocità.

La disabilità è un concetto, una condizione continua, non discreta; non è semplicemente presente o assente, ma è frutto di equilibri complessi tra fattori individuali, contestuali e culturali: la sfida relazionale chiama i partecipanti di un gruppo, adulti e bambini, a ricercare modalità di contatto, di scambio, di interazione nuove e originali, laddove le risorse canoniche non ci aiutino e i modi di stare insieme non passino per le strade convenzionali. È solo attraverso l’autentico coinvolgimento di tutti i bambini nel lavoro inclusivo che essi imparano a mettere in atto autonomamente movimenti di inclusione.

Organizzare le risorse a disposizione per affrontare questa impresa significa allora sfidare tentazioni meramente quantitative di “copertura” per aprire nuovi ragionamenti sull’allestimento di contesti educativo-didattici inclusivi, che moltiplichino le possibilità di partecipazione e d’ingaggio.

Pasquale Arcudi, Responsabile Unità specialistica “Inclusione scolastica”, FPSM di Trento

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Accogliere, ma soprattutto farsi accogliere! L’esperienza che porto è quella dell’educatore scolastico chiamato a concorrere in maniera costruttiva e consapevole al benessere e alla crescita degli alunni, favorendo l’inclusione dei bambini e delle bambine con disabilità nel gruppo dei pari… e non solo. Non si tratta di saper organizzare bene il proprio lavoro quanto piuttosto di sapersi mettere in ascolto, e la persona che per prima deve essere ascoltata è il bambino. Quella che nasce è una storia di accoglienza reciproca, di attenzione alle peculiarità dell’alunno, dove la fragilità deve poter essere, in ogni momento, risorsa e opportunità di crescita e cambiamento. Un cambiamento che coinvolge tutti e che parte da un principio fondamentale: non è il bambino che deve adattarsi al contesto, ma il contesto che si modifica e si adegua per accogliere tutti e ciascuno. Quando la rete dei soggetti collabora in maniera propositiva e gli adulti mettono in gioco competenze e professionalità prendono corpo preziose sperimentazioni, progetti innovativi e creativi, capaci di rispondere ai bisogni trasversali di tutti i bambini. Buone prassi inclusive che tracciano nuovi orizzonti!

Nadia Pautasso, Responsabile area disabilità, cooperativa “Alchimia”, Bergamo

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Ci è successo più volte negli ultimi anni di essere contattati da centri di referenza per bambini con disturbi di sviluppo, spettro autistico o ritardo psicomotorio importante. Abbiamo sempre ascoltato le richieste e concordato colloqui con le famiglie per valutare insieme se il nostro contesto potesse offrire una buona opportunità di crescita.

Ci siamo domandate come mai i servizi specialistici ci valutassero meritevoli di fiducia e abbiamo scoperto che spesso per i bambini con situazioni patologiche importanti è necessario poter frequentare un buon nido, un luogo dove incontrare risorse non specialistiche ma grandemente buone: gli altri bambini, cioè i pari con cui confrontarsi; un sistema educativo in cui professionisti dell’educazione hanno progettato ambienti perché i bambini sperimentino in autonomia cose interessanti; un luogo in cui anche i genitori sono accompagnati a vedere come i loro figli crescono insieme agli altri e quali competenze maturano giorno dopo giorno.

Abbiamo imparato che tutto ruota intorno alla parola accoglienza che in educazione è la capacità di una collettività di crea­re le condizioni perché ogni singolo si senta guardato, pensato e sostenuto nella sua crescita in modo speciale. Laddove questo pensiero è forte e condiviso il progetto sul bambino con diagnosi richiede accorgimenti ma non spaventa.

Cinzia D’Alessandro, Responsabile pedagogica, “Il giardino di Bez”, Milano

 

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