L'editoriale

Hai una luce bambina negli occhi

Che non cambia se passano gli anni

Io la vedo al di là degli specchi

È una luce al di là degli inganni

Con te un ladro si sarebbe arreso

Con te un diavolo sarebbe santo

È una luce bambina nel riso

È una luce bambina nel pianto

È una luce al di là degli inganni

Che non cambia se passano gli anni.

Sabrina Giarratano, “Una luce bambina”, in Poesie di luce, Giunti, Firenze, 2014

 

Una luce bambina negli occhi. Un verso, uno solo, e tutto un mondo si dispiega davanti, insieme a mille ipotesi su cosa quella luce contenga e a mille possibilità su cosa celi. Un verso che contiene un universo, anche pedagogico, tutto da interpretare, ognuno con le sue categorie, il suo portato di esperienze, personali e professionali, la sua intera storia e le storie di chi incontra.

Perché le luci bambine negli occhi forse non sono tutte uguali e ciascuno ci si specchia con quel che ha, ha avuto, sa e ha imparato.

Eppure, in quella luce bambina negli occhi è facile leggere un al di là, un’eccedenza, insieme al sapore di un posto che era misterioso, prezioso, ancora tutto da scoprire.

Quando i bambini possono essere bambini, quella luce è lì e la si riconosce subito, anche se non sappiamo dirla bene senza la lingua dei poeti, anche se magari non ce ne accorgiamo mentre la vediamo. Eppure che è lì lo sappiamo, e lo sanno benissimo tutti quelli che, lavorando accanto all’infanzia, ne riconoscono la fatica ma ne celebrano anche la portata di bellezza. E di vita.

Beato chi lo sa conservare, chi quella luce la sa trattenere, perché lì dentro non c’è solo ciò che ancora deve venire, ma proprio un modo di stare, guardare, pensare, abitare il mondo.

Conservare quella luce bambina è un obiettivo che ha il sapore della vita ai suoi esordi, delle sue numerose pieghe, del bene e del male, delle giornate di sole e di quelle coi temporali, di una resistenza insieme potente e tenera che si dispiega nel riso e nel pianto, vivendo al di là degli inganni quello che c’è.

Conservare quella luce bambina è un po’ come custodire quello che Francesca Antonacci chiama il “potenziale rivoluzionario” dell’infanzia, disponendosi con cura e impegno a giocare il mondo non da bambini ma “come dei bambini”.

Viene voglia di spalancare gli occhi sugli altri, sulle cose e sul mondo, mettendosi a cercare in giro dove si nasconda, quali altri sguardi non più bambini riescano a tenerla con sé, provando poi a moltiplicarli, per portarla a spasso, distribuirla, cambiare il modo di guardare, rifarlo piccolo per poi scoprirlo straordinariamente grande, profondo, denso.

Monica Guerra

 

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