L'editoriale

La prima volta

 

C’è una prima volta per tutto.

Non tutte le prime volte si ricordano.

Io ne ricordo una in particolare. [...]

Perché bisogna saper aspettare, precisa nonna.

E, per saper aspettare, basta sapere perché si aspetta.

Elham Asadi e Sylvie Bello, La prima neve, Topipittori, 2021

 

Questo tempo è una prima volta che non dimenticheremo.

La prima volta di una pandemia globale, la prima volta di servizi educativi e scuole chiuse in un tempo di pace, di legami educativi a distanza, di “bolle”, di spazi delimitati e oggetti sanificati, di sorrisi velati, di abbracci mancati.

Una prima volta che entrerà nei libri di storia, dentro a una Storia in cui la maggior parte di noi non immaginava di entrare e soprattutto di entrare così. E contemporaneamente una prima volta che è entrata nelle storie personali di ciascuno, lasciando segni e cicatrici, sfide e conquiste.

Non tutte le prime volte si ricordano, ma questa la ricorderemo. E mentre ci siamo ancora immersi dentro, guardiamo con speranza al dopo, a ciò che sarà di nuovo, a come potrà essere.

Ma attendere quel che sarà è una fatica, spesso. Meno bravi della natura che sa bene che ogni cosa ha i suoi tempi, scalpitiamo nell’attesa. Non basta dirsi che dobbiamo saper aspettare, anche se nel frattempo non restiamo certo immobili. Ma forse aiuta sapere perché si aspetta.

Sapere che si aspetta per rendere onore alle cadute e alle perdite. Per restituire occhi e braccia alla quotidianità dei rapporti umani, e dunque anche alla relazione educativa. Per riportare nelle mani dei bambini e delle bambine ogni tipo di materiale da esplorare. Per tornare a usare il fuori non per paura ma per bellezza. Per incontrare di nuovo le famiglie sedendosi vicini in cerchio. Per riaprire le porte delle sezioni e mischiarsi gli uni agli altri. Per riappropriarsi di quel che era prima con rinnovata consapevolezza, lasciando andare ciò che non ha più senso e tenendo stretto quello che abbiamo imparato. Per dare forma alle storie educative dei servizi educativi e delle scuole dell’infanzia in tutte le lingue e con tutti gli strumenti che abbiamo conosciuto, vecchi e nuovi, finalmente intrecciati e non contrapposti.

Non è ancora il tempo perché tutto ciò si compia, ma a un certo punto questa “prima neve” che non si farà dimenticare lascerà il posto a una nuova primavera, e poi a un’altra ancora e ancora. Sarà prezioso tenere insieme l’una e l’altra, la neve con i germogli, questo tempo duro e il tempo giovane che ne deriverà, quello che eravamo con quello che siamo e che potremo essere, anche grazie, o almeno attraverso, quel che è stato.

Buone, buonissime ragioni. Per saper aspettare, allora, può forse davvero bastare sapere perché si aspetta. E intanto continuare a sognare e coltivare quel che sarà.

 

Monica Guerra

 

 

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