Per insegnanti e genitori

di Daniela Mainetti e Elisabetta Marazzi

 

Chi lavora in ambito educativo si pone continuamente domande dando così a esse un’accezione autoformativa, ricercando responsabilmente le migliori soluzioni e strategie possibili.

 

Le regole

Per gli educatori e gli insegnanti

All’interno delle realtà educative uno degli argomenti che sovente capita di affrontare è quello delle regole… i bambini seguono le regole? Perché non le rispettano? Cosa possono fare gli insegnanti e gli educatori per far sì che le regole vengano osservate? Come farle interiorizzare? E perché i genitori accondiscendono sempre alle richieste dei figli senza comprendere che così facendo poi i bambini non capiscono cosa è opportuno fare rendendo vano tutto il lavoro fatto nelle scuole e nei nidi?

Quello delle regole è un tema profondamente dibattuto che mette in relazione differenti punti di vista, culture e ruoli.

Parlare di regole rimanda a molteplici significati e valori… Dare una regola significa offrire un contenitore emotivo, rassicura relativamente alla possibilità di essere visti e ascoltati, sostiene la dimensione della tutela facendo sì che ci si possa sentire protetti e considerati.

Ancora la presenza delle regole permette di essere garantiti e garantire nelle relazioni con il mondo: le regole che ci accompagnano diventano lo strumento per conoscere chi ci sta intorno e per comprendere come poterci muovere, assicurando i nostri e altrui diritti e i nostri e altrui bisogni. Da questo punto di vista diviene forse rilevante chiedersi se associare la dimensione della regola al divieto piuttosto che all’opportunità. Di solito elenchiamo e diciamo solo le cose che non si possono fare… ma che fine fanno tutte le occasioni che si aprono attraverso le regole? Perché pensare sempre ai divieti piuttosto che alle cose che è possibile realizzare? Forse leggere l’altro lato della medaglia del “non si picchiano gli amici” o del “non si urla” può essere un modo per passare il senso di una regola offrendo un’alternativa e facendo vedere quali altri modi esistono per fare le cose…

Lavorare con i bambini sul grande mondo delle regole significa altrettanto essere consapevoli che parlare di regole non vuol dire trasmissione delle stesse quanto condivisione e co-costruzione, assumendo il punto di vista del bambino e interrogandosi sia sul perché diamo certe regole sia per chi le diamo. Ecco allora che si aprono altre domande: che senso hanno certe regole? Sono tutte funzionali e di senso rispetto agli obiettivi educativi che ci prefiggiamo? Quali regole effettivamente sostengono lo sviluppo dell’autonomia dei bambini o sono pensate per rispondere al nostro bisogno adulto di controllo? Quante regole diamo? Se un bambino non rispetta una regola cosa ci sta dicendo? E quanto pensiamo che tale atteggiamento sia connesso a una sfida nei nostri confronti (dato anche veritiero se connesso a un bisogno d’attenzione o riconferma da parte dei bambini) piuttosto che a un processo d’interiorizzazione ancora in costruzione o che sia determinato da una non comprensione del senso della regola stessa perché incomprensibile allo sguardo di un bambino? Infine quanto ipotizziamo che la trasgressione sia determinata dal bisogno di ricontrattare la regola (la qual cosa prevedrebbe leggere i bambini come interlocutori validi) e dalla necessità della regola di essere modificata perché incongruente con il contesto culturale e sociale in cui viviamo (contesti per loro natura necessariamente mutevoli)?

Allora, forse, per rispondere può valere la pena di fermarsi, di chiedere ai bambini cosa si intende per regola, ascoltare il loro punto di vista e trasformare la regola da vincolo a strumento di costruzione di una reale cittadinanza attiva.

 

Per i genitori 

È ormai opinione diffusa che le ultime generazioni di genitori abbiano difficoltà a entrare in relazione con i propri figli sul piano delle regole.

In effetti, se si pensa alle regole in termini di divieti, norme e limiti, non c’è dubbio che almeno le persone nate dopo il 1968 (ma non solo loro) facciano fatica a comprendere il valore delle tanto decantate (e spesso mal interpretate) “leggi del padre”. Non è raro, infatti, sentire gli elogi di un passato in cui tutto era chiaro, in cui nessuno metteva in discussione la voce paterna, in virtù di un’autorità rassicurante che metteva tutti d’accordo, in silenziosa accondiscendenza.

Esercitare la funzione genitoriale in un’epoca di democrazia, di rispetto della persona, di emancipazione della donna, di riconoscimento dei sacrosanti diritti dell’infanzia e dell’adolescenza è assai più complesso e problematico rispetto a un passato in cui la società era più semplice, i ruoli verticalizzati e i cambiamenti molto più lenti.

Che cosa fare quindi? Come non soccombere all’interno di un paradossale ribaltamento di ruoli laddove è il quattrenne a diventare tiranno all’interno della famiglia?

Forse si potrebbe proprio iniziare a scindere il concetto di regola da quello di norma o di divieto. Le regole sono innanzitutto un codice di comportamento che aiuta a vivere meglio. In questo orizzonte possiamo considerate le routine come precursori delle regole. Durante l’infanzia, infatti, tutte quelle azioni ripetute quasi quotidianamente consentono ai bambini di prevedere cosa succederà dopo, di sentirsi al sicuro in un ambiente di vita stabile e rassicurante. Il bagnetto prima della nanna, la bavaglia allacciata prima di proporre la pappa, la canzone che accompagna il risveglio, il libro letto prima del riposino ecc.

Tutto questo ha a che fare con le regole nel senso di conoscere e condividere come vanno fatte le cose in quel contesto. Le regole che si danno ai bambini molto piccoli sono, in genere, legate alla loro sicurezza e incolumità, al loro benessere, ma quando i bambini crescono ed esprimono desideri e interessi diversi, come ci comportiamo? Per i genitori è faticoso affrontare un legame che passa da uno stato di dipendenza e necessità di cure allo sviluppo dei bambini verso l’autonomia, verso la scoperta di sé come persone consapevoli di proprie volontà, desideri, emozioni.

Quando i bambini iniziano a comunicare ed esprimere i propri desideri in modo sempre più comprensibile, quando iniziano a camminare e quindi a staccarsi fisicamente dagli adulti, è allora che iniziano i divieti: non toccare, non salire, non scendere, non correre, non mordere ecc. Se è vero che certi limiti sono necessari e che dire no è “uno sporco lavoro, che qualcuno deve pur fare”, è anche vero che non bisogna concentrarsi solo su questi aspetti. Dare le regole significa anche spiegare e mostrare ai bambini come possono salire o scendere le scale senza rischiare di farsi male; significa osservarli per capire se è giunto il momento per dare loro il bicchiere di vetro o la forchetta, mostrando le regole del loro utilizzo; può significare metterli nelle condizioni di operare delle semplici scelte, affinché sviluppino un senso di autoefficacia e, quando sono più grandi, un pensiero critico.

Nella gestione del tema delle regole in famiglia è importante mettere in primo piano le persone e lasciare sullo sfondo la regola, tenere al centro la relazione. Infine è utile sapere che coerenza e ripetizione aiutano i bambini a capire e a interiorizzare più facilmente.

 

 

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