Per insegnanti e genitori

di Daniela Mainetti e Elisabetta Marazzi

 

Chi lavora in ambito educativo si pone continuamente domande dando così a esse un’accezione autoformativa, ricercando responsabilmente le migliori soluzioni e strategie possibili.

 

Il tempo

Per gli educatori e gli insegnanti

Nelle realtà educative e scolastiche sempre più spesso ci interroghiamo rispetto a quale sia il tempo necessario per fare, quale il tempo realmente a disposizione e come potrebbe avere senso utilizzarlo.

Quando pensiamo al tempo solitamente pensiamo agli aspetti organizzativi che accompagnano la costruzione della giornata educativa, ci soffermiamo sui tempi dell’orologio e soprattutto ci convinciamo che non ci sono mai tempi sufficienti.

Dentro questi meccanismi quello che ci accade è che siamo sempre a rincorrere qualcosa, pensiamo di non poter fare molte delle cose che professionalmente riteniamo auspicabili, ci convinciamo del fatto che molte cose non si possono svolgere perché c’è sempre qualcosa di più importante. Questi sono alcuni dei pensieri che spesso ci accompagnano costringendo noi stessi e i bambini nella costante impresa per cui proviamo a districarci cercando di tenere dentro tutto senza pensare a quanto il tempo sia invece una dimensione che deve essere progettata per la sua valenza pedagogica, psicologica e relazionale.

Pensare il tempo, prendersi e concedere il tempo, decidere di sostare, scegliere di dare ai bambini il loro tempo e di ipotizzare un tempo diverso per noi adulti in qualità di educatori e insegnanti… tutto questo può avere implicazioni importanti rispetto alla costruzione della personalità. Il tempo permette a ciascuno di noi – e in particolar modo ai bambini – di percorrere e ripercorrere le proprie esperienze: per imparare ad allacciarsi le scarpe, per capire come sia meglio entrare nella relazione con un’altra persona, per rendersi conto di quanto sia pesante o leggero un oggetto, per comprendere come soppesare differenti pezzettini per costruire una torre, ancora per riuscire a percorrere i giorni del calendario o le lettere di un alfabeto che vanno a comporre il proprio nome ci vuole tempo… Non si tratta solo di eseguire delle azioni meccaniche, di memorizzare i giorni della settimana, di copiare delle lettere; diversamente si tratta di elaborare gli apprendimenti, di interiorizzare le conoscenze e le scoperte, di avere l’opportunità di tentare e ritentare ripetutamente, di vivere e rivivere i processi di un pensiero in via di costruzione e tutto questo è possibile solo nel momento in cui alle persone (e nella fattispecie ai bambini) viene garantito un tempo in grado di offrire l’opportunità di benessere individuale e collettivo e che, in tal senso, consente di costruire la propria identità.

Il tempo è una dimensione che necessita di essere costantemente interrogata e non solo assunta: chiedersi quali sono i tempi che possiamo scegliere, acquisire la consapevolezza che nelle realtà educative esistono dei vincoli temporali, ma anche una molteplicità di opportunità e possibilità entro cui gli adulti possono decidere come investire il tempo a disposizione; chiedere ai bambini come vorrebbero usare il tempo o di quale tempo potrebbero avere bisogno al fine di accompagnarli in un processo di crescita in cui divenire sempre più consapevoli e rispettosi dei tempi propri e altrui in un momento che diviene opportunità di costruzione delle relazioni.

Allora forse non si tratta tanto di riconfermare il motto che diceva “Chi ha tempo non aspetti tempo” bensì di prendersi tempo trasformando lo stesso nel proprio alleato educativo, nella consapevolezza che rispettare i tempi vuol dire sintonizzarsi con l’altro in un processo di costruzione di relazioni di senso.

 

Per i genitori

Nella relazione tra adulti e bambini il tempo assume un ruolo rilevante, spesso critico, sempre prezioso.

Una questione molto dibattuta e attuale è quella relativa alla frammentarietà del tempo nella quotidianità infantile. I bambini, sia per ragioni meramente organizzative sia per le scelte che gli adulti fanno per loro, si trovano a vivere una molteplicità di contesti fin dalla primissima infanzia. Le proposte ludiche, creative, motorie, espressive e ricreative rivolte ai bambini sono sempre più numerose e allettanti. Chi ha la possibilità di usufruirne e considera queste offerte come opportunità di crescita, ne approfitta. Altri, invece, scelgono di non “riempire” la quotidianità dei bambini, nella convinzione che i ritmi di vita dovrebbero essere più rilassati, più lenti e tranquillizzanti. C’è chi non ha scelta e deve organizzare la vita dei bambini confidando sulle sue reali possibilità o sui supporti che ha, affidandosi ai ritmi e ai tempi decisi da altri (spesso i nonni).

Ciascuno di noi ha un rapporto speciale con il tempo e attribuisce valori diversi, spesso opposti, alla lentezza e alla velocità. C’è chi apprezza la vita frenetica e ama correre, fare, agire e stare insieme a tante persone; c’è chi predilige una vita più tranquilla e sedentaria, intima e lenta. Ciascuno di noi trasferisce sui propri figli la dimensione di tempo ritenuta più congeniale, spesso senza alcuna consapevolezza, proprio perché si tratta di qualcosa di implicito.

Nel corso della vita, tuttavia, il ritmo con cui organizziamo il nostro tempo cambia e, anche nella prima infanzia, la questione dei ritmi e dei tempi è strettamente connessa all’età e non solo al temperamento dei bambini.

In merito all’età, i bambini molto piccoli hanno bisogno di ritmi ben scanditi da azioni ricorrenti, che diventino sempre più riconoscibili per loro. Sapere cosa avverrà nell’arco della giornata, dopo il pranzo o prima di andare a letto, sostiene la regolazione delle emozioni e l’interiorizzazione delle regole. Le routine quotidiane, infatti, rappresentano una sorta di anticipazione delle regole di convivenza sociale. I bambini, potendo prefigurarsi quello che avverrà, vivono con maggior serenità perché non sono costretti ad affrontare una quotidianità imprevedibile a cui adattarsi ogni volta.

In questo senso non è rilevante la quantità di contesti che vivono, bensì garantire una certa costanza nella sequenza delle loro esperienze. Sia la lentezza che la velocità hanno bisogno, almeno a queste età, di essere prevedibili.

Per quanto riguarda il temperamento, non tutti i bambini sono uguali e imporre i propri ritmi, senza fermarsi a osservare quali siano i loro bisogni in merito al tempo, significa instaurare con i propri figli un rapporto distonico, non pertinente e, soprattutto, poco rispettoso.

Per quanto riguarda la vita frenetica di noi adulti, invece, si rileva spesso l’insorgere del senso di colpa per il poco tempo che si riesce a dedicare ai propri figli. A volte, quando nasce un bambino, si ha la possibilità di rallentare, altre no. L’importante, però, è considerare che il senso di colpa non serve a nessuno e che, il più delle volte, ciò che contribuisce a costrui­re legami positivi e rispettosi con i propri figli è la buona qualità del tempo che si trascorre con loro. In loro compagnia si dovrebbe essere presenti al cento per cento, disponibili e vicini emotivamente: giocare insieme, leggere insieme un buon libro prima di dormire, raccontare episodi della giornata, imparare a guardarsi e ad ascoltarsi, per dare senso al tempo che si trascorre insieme.

 

 

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