Per insegnanti e genitori

di Daniela Mainetti e Elisabetta Marazzi

Chi lavora in ambito educativo si pone continuamente domande dando così a esse un’accezione autoformativa, ricercando responsabilmente le migliori soluzioni e strategie possibili.

 

L'accoglienza

Per gli insegnanti

 

Accogliere significa: “Ricevere, ricevere nella propria casa, ammettere nel proprio gruppo temporaneamente o stabilmente; soprattutto con riguardo al modo, al sentimento, alle manifestazioni con cui si riceve. […] Ricevere, sentire accettare con un determinato atteggiamento o stato d’animo. […] Contenere, ricevere per contenere. […] Radunarsi, riunirsi in un luogo o presso qualcuno” (www.treccani.it). Si tratta di una molteplicità di significati che i contesti educativi e scolastici hanno il compito di tradurre in comportamenti e declinare in azioni nel corso di tutto l’anno ma, altrettanto, con particolare vigore ad avvio d’anno, quando i bambini e le famiglie fanno ritorno presso i nidi e le scuole che già frequentano e quando bambini e famiglie fanno il loro primo ingresso in strutture che non conoscono.

Il primo elemento che sembra emergere dalla definizione estrapolata dal dizionario è quello dell’atteggiamento e della modalità con cui accogliamo: si tratta non solo di far entrare ma soprattutto di rendere parte, di accettare l’altro nella sua specificità e unicità, nella sua differenza senza aspettarsi l’omogeneità né tanto meno l’omologazione. Se si tratta di accettazione vuole dire che come luoghi e professionisti dell’educazione sarà doveroso creare tutte le condizioni che permettono alle persone di sentirsi riconosciute nelle proprie caratteristiche e lette come interlocutrici con cui creare dialoghi, costruire significati, generare conoscenze partendo dal presupposto che chi arriva o torna ha in sé un patrimonio di saperi, pensieri e sentiti che non è possibile ignorare.

Il secondo fattore evidenziato è quello del contenimento: chi accoglie è chiamato a contenere, a creare un contenitore che permetta a chi giunge di poter sperimentare una sensazione di benessere, sicurezza e stabilità della relazione in cui sentirsi riconosciuto con le proprie risorse e i propri limiti, in cui rintracciare riferimenti che permettano di acquisire autonomia, in cui respirare l’aria di una sana curiosità e un interessamento autentico rispetto a una conoscenza da costruire (rispetto ai bambini e alle famiglie nuove) e ricostruire (per chi è già frequentante).

Infine, il dizionario rimanda alla dimensione del radunarsi: accogliere vuol dire ritrovarsi, incontrarsi, ricongiungersi e stare insieme. Secondo questa accezione i nidi e le scuole non possono ignorare il valore relazionale e comunitario che consente una reale accoglienza, valore che è necessario tenere sempre presente e su cui lavorare quotidianamente con i bambini e le famiglie: con i bambini in un processo di valorizzazione dei pensieri e delle domande che portano; con le famiglie in un processo di creazione di una cultura dell’infanzia e di una cultura dell’educazione che consideri i punti di vista differenti delle diverse culture (dei servizi e dei genitori) che le realtà educative e scolastiche mettono e tengono in rete.

Sulla base di quanto fin qui delineato ecco allora che, per realizzare un vero progetto sull’accoglienza, forse dobbiamo ricordare che l’accoglienza va di pari passo con i principi dello scambio e della fiducia: scambio perché la reciprocità è una dimensione imprescindibile di una qualunque relazione e fiducia perché per potersi confrontare è necessario potersi fidare dell’altro (nel percepire l’assenza di giudizio rispetto a quello di cui ciascuno è portatore)... Accogliere dunque per dare vita a nuove comunità. 

 

Per i genitori 

“Il mio figlioletto inizia oggi la scuola: per lui, tutto sarà strano e nuovo per un po’ e desidero che sia trattato con delicatezza […]. Gli trasferisca l’insegnamento, ma con dolcezza, se può. Gli insegni che per ogni nemico c’è un amico […]. Gli insegni, se possibile, a ridere quando è triste, a comprendere che non c’è vergogna nel pianto, e che può esserci grandezza nell’insuccesso e disperazione nel successo […]”.

Accompagnare i propri figli al nido o a scuola rappresenta un passaggio molto importante nella vita familiare. Nel compiere questo gesto, apparentemente banale, i genitori sentono su di loro la responsabilità dell’atto di affidare ad altri una grossa fetta di lavoro educativo. Il patto tra famiglia e società, infatti, si connota come un patto di corresponsabilità tra i genitori e le agenzie educative che si occuperanno della formazione dei bambini e dei ragazzi, fino almeno al compimento del sedicesimo anno di età. Essere corresponsabili significa, innanzitutto, avere la possibilità di accedere a luoghi educativi che sappiano accogliere ogni singolo bambino e ogni singola bambina con l’attenzione e la cura di cui hanno bisogno. In una società che valorizza la performance sopra ogni altra cosa, il rischio è quello di dimenticarsi della sfera emotiva e motivazionale, che accompagna tutte le fasi della crescita di bambini e di adolescenti e che dovrebbe essere al centro dell’attenzione di tutti gli adulti coinvolti nel lavoro educativo.

La frase riportata in apertura testimonia il profondo sentimento che accompagna il genitore in questo compito e anche l’ampiezza delle aspettative che ciascuna mamma e ciascun papà ripongono nei servizi educativi e nella scuola.

Le parole citate in apertura sono state estrapolate da una lettera che un papà, evidentemente molto attento, ha inviato al maestro di scuola di suo figlio. È una bella lettera, scritta nel 1830 dal futuro presidente degli Stati Uniti d’America Abraham Lincoln (libreriamo.it/scuola/la-lettera-di-abraham-lincoln-allinsegnante-di-suo-figlio).

La statura del personaggio, insieme alla distanza storica e culturale che ci separa da queste parole, ci fanno pensare che la questione riguardi davvero tutti noi, in qualità di genitori. La lettera nel suo complesso descrive tutto quanto Lincoln desideri per suo figlio in termini di insegnamento e di educazione alla vita, da parte della scuola. Sono parole profonde, che rispecchiano le sue alte aspettative come cittadino consapevole e come padre devoto.

Al di là dei contenuti sulle sue aspirazioni educative, ciò che stupisce e ciò che rende speciale questa lettera è il suo desiderio di attenzione e di delicatezza per il figlioletto. Egli si immagina un contesto attento, presente e rispondente ai bisogni di rassicurazione di un bambino che sta appena iniziando ad affacciarsi al mondo. E questo suo desiderio di cura è messo immediatamente in relazione con il suo sentimento di padre. Abbiamo tutti bisogno di sapere che i nostri figli vivano in un ambiente accogliente, delicato e premuroso. Riconoscere questo sentimento e metterlo a disposizione della relazione con educatori e insegnanti significa provare a creare un rapporto fiduciario con la scuola, un rapporto orientato al successo educativo, che sia soddisfacente per tutti.

Lo stesso Lincoln rimarca, alla fine della lettera, l’importanza di questo lavoro e ripone fiducia nel maestro del quale riconosce il ruolo e al quale chiede, con delicatezza, di fare del suo meglio: “Si tratta di un compito impegnativo, maestro, ma veda che cosa può fare. È un bimbetto così grazioso, ed è mio figlio”. 

 

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