“La cosa preferita di Bambi, sempre, era fare domande e ascoltare le risposte: non si stupiva che gli venissero sempre in mente domande su domande, gli sembrava naturale e gli piaceva moltissimo. Lo emozionava l’attesa piena di curiosità della risposta: egli ne era sempre contento qualunque cosa fosse. A volte non capiva ma era bello anche così: poteva chiedere ancora. Quando smetteva, era per riflettere su ciò che gli era stato detto, soprattutto su quello che non gli era ben chiaro. Gli capitava di accorgersi che, a volte, le risposte della madre erano volutamente incomplete e ciò era altrettanto delizioso perché risvegliava ancora di più la sua curiosità, lo lasciava in una sorta di ansia piena di attesa e di silenzio” (Felix Salten, Bambi, Fermento, Roma, 2015).

I bambini abitano lo stato della domanda, che poi è la premessa per abitare il modo della ricerca: uno stato aperto, curioso, interessato, che chiede di esplorare le cose e i fenomeni. Fanno domande per avere risposte, ma il modo in cui desiderano ottenerle non è necessariamente quello dell’ascoltarle da altri. Non desiderano sapere tutto e subito, ma ottenere ascolto e occasioni per perseverare nella loro curiosità, per nutrire i perché, uno dopo l’altro, nell’eccitazione che dà scoprire alcuni aspetti e nella consapevolezza che ce ne sono sempre altri da indagare.

Gli adulti tendono spesso verso lo stato delle certezze, più che altro per il bisogno di avere punti fermi in un mondo liquido. Ma la conoscenza stessa è liquida, mobile, continuamente rifondata, culturalmente contestuale, bisognosa di confronto e accordo reciproco tra le persone, oltre che tra queste e i propri ambienti di vita. E gli adulti lo sanno. Solo che dai grandi, soprattutto da quelli che educano, ci si aspetta sempre che abbiano le risposte: così i grandi rispondono, con le risposte che hanno a loro volta appreso da altri.

A volte, invece, gli adulti scelgono di accogliere la fluidità della conoscenza, il suo divenire e co-costruirsi in un dialogo tra individui. Allora le loro risposte sono volutamente incomplete e assumono la forma di cornici che aiutano a delimitare il campo senza riempirlo, di strumenti messi in mani più piccole perché possano continuare a cercare con sempre maggiore consapevolezza.

Quando gli adulti usano il loro sapere per sostenere il desiderio di ricerca dei bambini, la curiosità di questi ultimi si mantiene viva e vibrante, “piena di attesa e di silenzio”: per un attimo i bambini interrompono l’onda di perché, per cullarsi nelle domande più complesse che si vanno formando.

Monica Guerra