Condividi

“Perché la gente non va d’accordo?

L’ho chiesto ad un conoscente che la sa lunga. Mi ha risposto: – Eh, tante teste, tanti cervelli – Cielo! era un Vecchio Proverbio anche lui e non me n’ero mai accorto prima.

– Invece che delle teste, – ho detto io – non sarà colpa delle borse? Ricchi e poveri non possono pensare le stesse cose. 

Lui ci ha pensato un momento, ed ha provato a dire: – Tante borse, tanti cervelli!... Ma questo è un proverbio nuovo!

Il Vecchio Proverbio inorridì di tanta audacia, e per l’orrore gli vennero gli orecchioni”.

Gianni Rodari, Il libro dei perché, Einaudi Ragazzi

 

Ci sono così tante ragioni per avere posizioni diverse: è il bello dell’essere umani, con intelligenze, valori, sguardi, sentimenti, pensieri differenti. In molte occasioni, nonostante la fatica del confronto e della discussione, questa differenza produce moltiplicazione di prospettive, nuove idee, esiti inattesi. È un proficuo conflitto sociocognitivo, la premessa per generare nuova conoscenza, crescere, apprendere.

Alcune volte, invece, la divergenza può diventare spaccatura. Accade perlopiù quando si è così affezionati alle proprie posizioni da non riuscire ad ascoltare davvero quelle altrui, quando le nostre idee sono così radicate da non permetterci di provare a comprendere le altre. A volte è perché le nostre ragioni sono state lungamente maturate con la ricerca, altre perché più frettolosamente si fondano su pregiudizi non riflettuti.

In un tempo fragile, attraversato dalla paura di non farcela – come singoli e come Paese –, dalla preoccupazione per i conti – privati e pubblici – che non tornano, dal timore di perdere le proprie radici in un mondo che cambia rapidamente mischiando popoli, colori, modi di vivere e credere, si corre il rischio che posizioni opposte siano assunte non solo perché si hanno teste diverse. Come scrive bene Rodari, a volte non si va d’accordo – e non si trovano accordi – più per ragioni di borse che di teste.

Allora, a difendere le proprie ragioni, si perde un po’ la ragione. E così, mentre ci si accinge a festeggiare i diritti dell’infanzia, si dimenticano le ragioni – piccole, semplici, profonde – di bambini nati nel nostro stesso Pae­se e si sta a discutere animatamente, a volte violentemente, del loro diritto di cittadinanza, spaventati da ciò che questo può sottrarci, impoverendoci. Si fa la voce grossa con chi di voce non ne ha quasi. Si fa prevalere la paura alla ragionevolezza, il potere al diritto.

Ma lì, nascoste sotto tutte le parole, ci sono le ragioni dei bambini. E i loro diritti. E allora che siano almeno rispettati quelli “temperati”.

 

Monica Guerra