L'editoriale

Ubuntu

Ubuntu, sostantivo, Nguni Bantu

Essenzialmente significa “io posso essere io solo attraverso voi e con voi”. Si può tradurre in modo (molto) grossolano con senso di umanità.

Le interpretazioni di quest’importante filosofia sudafricana sono varie, ma chiunque conosca l’ubuntu si rende conto che noi, in quanto esseri umani, siamo legati in modi invisibili. Per dirla con le parole di un pacifista liberiano: “Io sono quello che sono in virtù di ciò che tutti siamo”.

Ella Frances Sanders (2014), Lost in translation. Cinquanta parole intraducibili dal mondo, Marcos Y Marcos, 2015

  

Io sono quello che sono in virtù degli incontri che faccio. E, insieme, della qualità emotiva e cognitiva di quegli incontri.

Io sono quello che sono in virtù delle opportunità che mi vengono messe a disposizione, dei luoghi che abito e degli oggetti che posso avere tra le mani, delle esperienze che ho l’occasione di vivere.

Ma io sono quello che sono anche in virtù dei modi con cui il mio essere entra in relazione, con le risposte che ricevo alle mie domande, con l’accoglienza che sperimento, con i sorrisi che sostengono i miei tentativi e anche i miei errori.

Ce lo insegnano continuamente le neuroscienze.

E poi, ancora, io sono quello che sono in virtù della conoscenza che posso scambiare, dei problemi che posso risolvere insieme ad altri, delle opportunità di collaborare e cooperare che posso sperimentare, dei flussi aperti con altre menti con cui posso costruire saperi autentici, complessi, interiorizzati. Ce lo ha insegnato, e non smette di farlo, il costruttivismo, insieme alle sue evoluzioni.

Ogni cuore e ogni mente, ogni donna e ogni uomo, ogni bambino e ogni adulto, dunque, si definiscono in relazione con gli altri.

Ma “ubuntu” vuole dirci qualcosa di più. Perché ci ricorda che solo se gli altri possono avere incontri connotati da altrettanta qualità emotiva e cognitiva, solo se possono vivere le medesime opportunità, sono se possono ricevere la stessa accoglienza e gli stessi sguardi benevoli, solo se come me (oltre che con me) possono sentire rispettati i loro pensieri e i loro saperi, solo a queste condizioni io posso essere io al meglio delle mie potenzialità.

Ecco perché diventa fondamentale per ognuno coltivare questo senso di umanità diffusa. Perché è l’unica possibilità che abbiamo per poter essere, ciascuno e tutti.

 

Monica Guerra


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