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In questo mese

“A tutti coloro che oggi imputano la formazione di bande al solo fenomeno delle banlieues, io dico: certo, avete ragione, la disoccupazione, certo, l’emarginazione, certo, i raggruppamenti etnici, certo, la dittatura delle marche, certo, la famiglia monoparentale, certo, lo sviluppo di un’economia parallela e di traffici di ogni genere, certo, certo... Ma guardiamoci bene dal sottovalutare l’unica cosa sulla quale possiamo agire personalmente e che risale alla notte dei tempi pedagogici: la solitudine e il senso di vergogna del ragazzo che non capisce, perso in un mondo in cui gli altri capiscono”.

Daniel Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli, 2008

 

Ci sono bambini soli. Bambini che restano soli anche quando sono in mezzo agli altri. Sono i bambini “che non capiscono”. Non capire non attiene esclusivamente ai contenuti: attiene alle parole e ai segni, alle norme, ai vissuti, alle esperienze, alla possibilità di orientarsi in contesti per qualche ragione oscuri. Qualunque sia la ragione, qualunque sia l’origine, permettere di capire, di essere tra coloro che capiscono, significa concedere di abitare quel mondo. Significa offrire le chiavi per accedere al mondo in cui gli altri capiscono, per essere. E quindi per essere con.

Le responsabilità di questa non comprensione e della solitudine che ne deriva possono essere cercate – e anche trovate – più o meno lontano da dove quella solitudine si consuma ora, possono essere molto esterne e anche estranee ai luoghi dell’educazione che condividiamo.

Ma quella solitudine e quel senso di vergogna, da dovunque provengano, ci riguardano direttamente, perché sono “l’unica cosa sulla quale possiamo agire personalmente”. Restituendo a ognuno il suo spazio. Uno spazio in cui essere visto, guardato, ascoltato. In cui essere accolto per quello che è. In cui essere sostenuto per quello che può essere.

Lo straordinario compito dell’educazione è sottrarre dall’invisibilità, è illuminare la solitudine, è trasformare il senso di vergogna in possibilità. Perché l’educazione o è trasformativa o non è. E o lo è per tutti o non si dà davvero per nessuno.

È una responsabilità collettiva, di ogni servizio educativo e di ogni scuola, che però si realizza soltanto nella misura in cui diventa anche responsabilità individuale, assunta da ogni educatore e insegnante come priorità. È una responsabilità enorme, perché è quella di un altro futuro possibile, più equo e più saggio del presente che stiamo attraversando. Ma è anche una responsabilità meravigliosa, perché è quella che può rendere possibile che l’inerzia non prevalga, che la diseguaglianza non si faccia regola. Che qualcosa accada.

Monica Guerra