L'editoriale

Essere parte

“Siamo tutti a scuola, è il primo giorno di autogestione. Saranno due mattine piene di attività organizzate e gestite dai ragazzi […] Soprattutto, prima della proiezione di un film con relativo dibattito, ci sarà un flash mob per Laura Sagassi, offesa sui social e criticata dalla stampa locale. Una ragazza qualunque viene aggredita in discoteca e diventa subito bersaglio di polemiche e accuse senza fondamento, ma i suoi amici non ci stanno, quelli che la conoscono fanno scudo attorno a lei. Siamo noi ragazzi a dover alzare la voce”.

Giuliana Facchini, Se la tua colpa è di essere bella, Feltrinelli Up, Milano, 2018

  

Essere parte di un gruppo è un’esperienza fondamentale nella crescita di ogni individuo. Nel gruppo ci si sente accolti perché parte di, accomunati da caratteristiche, aspirazioni, competenze ci si incontra attraverso il riconoscimento di aspetti comuni con cui identificarsi, sentendosi simili: nel gruppo, dunque, si può sperimentare quello che significa senso di appartenenza.

È ciò che cerca ogni bambino quando comincia a circondarsi di amici con cui giocare, escludendone altri per fare il proprio gruppo, per sentirsi un po’ più sicuro. È ciò per cui vive ogni ragazzo quando, crescendo, prova a mettere i piedi fuori dalla sua prima casa e sente il bisogno di nuovi compagni per azzardare l’avventura di crescere con meno timore. Il gruppo, quando è buono, è il posto dove ci sentiamo a nostro agio, perché è una specie di famiglia che ci siamo scelti e che, a sua volta, ci ha scelto.

Ma stare in un gruppo non è un gioco da ragazzi, perché bisogna saper giocare la propria parte in equilibrio con quelle degli altri, lasciando spazio a ognuno e tenendone uno per sé.

E perché bisogna riuscire a sentire quel gruppo come la propria buona base, senza che per questo diventi uno spazio esclusivo, che cioè limiti la possibilità di incontro con altri, singoli e gruppi.

Insomma, un gruppo è buono se è un insieme capace di fare da scudo quando occorre, ma anche di intersezioni e di unioni con altri gruppi.

Essere parte di un gruppo in questo modo è una competenza complessa, che richiede esercizio, cura, flessibilità. E dialogo, moltissimo dialogo, sia all’interno del proprio gruppo che verso gli altri. È una competenza che si comincia a esercitare da piccoli, nell’assunzione di parola e insieme negli spazi di ascolto che ogni buona comunità educativa permette, nell’accompagnamento al riconoscimento dei diritti, propri e altrui, nelle opportunità di confronto che permettono di sperimentare cosa significa avere voce. Imparando anche ad alzarla quando è il momento.

Monica Guerra

 

 

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