Condividi

di Elisabetta Marazzi

Pedagogista e formatrice

 

Chi lavora in ambito educativo si pone continuamente domande dando così a esse un’accezione autoformativa, ricercando responsabilmente le migliori soluzioni e strategie possibili.

  

Scrivere osservazioni... perché?

Il lavoro dell’educatore comporta una pluralità di compiti, mandati e mansioni e, tra questi, è innegabile il dovere e il piacere di dedicarsi alla scrittura.

Sovente quando si parla di scrivere ci viene da storcere il naso… sono altre le cose importanti, stare nella relazione con i bambini, le famiglie, le colleghe e il territorio; dedicarsi alle varie attività; pensare a risistemare gli spazi e predisporre i materiali… agire, costruire, produrre!

Di fatto scrivere è contemporaneamente un’attività e un processo fondamentale per l’essere umano e, ancora di più, per chi si occupa di educazione se si considera che “senza la scrittura, un individuo alfabetizzato non saprebbe e non potrebbe pensare nel modo in cui lo fa, non solo quando è impegnato a scrivere, ma anche quando si esprime in forma orale. La scrittura ha trasformato la mente umana più di qualsiasi altra invenzione” (W.J. Ong, Oralità e scrittura, Il Mulino, Bologna, 1986). Scrivere permette di ristrutturare il proprio pensiero, di rielaborarlo e interrogarlo e, altrettanto, di condividerlo secondo tempi altri dal qui e ora.

Per le suddette ragioni la scrittura è uno strumento fondamentale e imprescindibile del lavoro educativo che non può essere considerato un’eccezione ma che deve rappresentare la regola utile a dare qualità alla propria professionalità. 

In educazione molteplici sono le forme di scrittura e tra esse rintracciamo la pratica osservativa nelle sue differenti forme (osservazioni carta e matita, annotazioni osservative, schede e/o griglie, riprese filmate da cui estrapolare appunti ecc.). È attraverso l’osservazione e la rilettura di quanto scritto da un punto di vista osservativo che è possibile apprendere ed entrare in contatto con la realtà dei fatti, è possibile comprendere quello che è accaduto e sta accadendo rintracciando i possibili significati delle azioni e degli eventi che si svolgono nella quotidianità agendo un po’ come ricercatori e investigatori sulla scorta di Sherlock Holmes il quale afferma: “Quanto un uomo dotato di spirito d’osservazione avrebbe potuto imparare mediante un’accurata e sistematica analisi di tutto ciò che incontrasse nella vita” (A. Conan Doyle, Sherlock Holmes, Crescere Edizioni, Varese, 2016). 

Non solo! La stesura e la ripresa delle osservazioni scritte hanno l’ulteriore vantaggio di poter vedere e poi rivedere più volte gli avvenimenti per come si sono succeduti, tutelando l’educatore dal rischio di valutazioni affrettate o costruite sulla scorta delle proprie aspettative o dei propri immaginari e rimandando all’analisi dei contesti consapevoli di quei saperi a cui è necessario ritornare per rintracciare il senso delle relazioni e delle azioni. Ecco allora che prosegue il nostro lavoro investigativo finalizzato alla conoscenza e al benessere dell’altro, che non può prescindere dalla raccolta dei dati osservativi poiché, come nuovamente ci rammenta Holmes, “È un errore gravissimo mettersi a teorizzare prima di avere tutti gli elementi. Distorce il giudizio” (ibidem).

Assumere un atteggiamento osservativo consente inoltre quell’indispensabile ascolto di cui ciascun individuo è alla ricerca, induce l’educatore a prestare attenzione e a cogliere la ricchezza e il valore che ogni individuo ha in sé, offre la certezza della relazione perché si è certi di essere conservati con cura nella testa di chi accompagna nel percorso di crescita.

Scrivere osservazioni allora per tenere insieme conoscenze e teorie di riferimento con fatti e comportamenti che si susseguono sotto i nostri occhi, per osservare e interrogare le osservazioni svolte, per tornare a riosservare instancabilmente al fine di sostenere quella curiosità che dovrebbe muovere e accompagnare il lavoro educativo per arrivare ad affermare anche noi – proprio come Holmes – che “L’osservazione è per me una seconda natura” (ibidem).