Per insegnanti e genitori

di Elisabetta Marazzi e Daniela Mainetti

 

Chi lavora in ambito educativo si pone continuamente domande dando così a esse un’accezione autoformativa, ricercando responsabilmente le migliori soluzioni e strategie possibili.

 

La cura

Per gli educatori e gli insegnanti

Parlare di cura all’interno dei contesti educativi e delle scuole dell’infanzia rimanda sovente a una dimensione prettamente operativa legata alla gestione dei bambini rispetto ai momenti di pranzo, cambio e/o bagno e sonno. Altrettanto rimanda a un’idea per la quale rispetto alle sopra citate situazioni i bambini debbano divenire sempre più autonomi imparando a gestirsele da soli senza il supporto dell’adulto.

Di fatto ripensare a queste circostanze obbliga a rileggere il profondo valore educativo sotteso, all’intenzionalità educativa che le deve sostenere e accompagnare e, altrettanto, alla necessità di progettare questi aspetti della giornata educativa esattamente come facciamo quando progettiamo esperienze di lettura, manipolazione o psicomotricità.

Occuparsi di questi tempi significa occuparsi della persona che abbiamo di fronte, del bambino che sta costruendo la sua individualità e la sua personalità, di qualcuno che sta cercando di comprendere quali siano i suoi bisogni e che sta imparando a ri-conoscersi, di un soggetto che man mano cerca di capire quando può fare delle cose da solo, quando pensa che sia più piacevole affrontarle con qualcun altro o, ancora, quando ha bisogno del supporto o dell’aiuto di qualcuno più o diversamente competente di lui.

Ripensare a queste occasioni rimanda a una riflessione costante sull’idea di autonomia, di competenza dei bambini, di riferimenti culturali provenienti da ciascun bambino con la sua famiglia e di valore della relazione tanto quanto di immaginari e aspettative da parte degli adulti educatori.

L’educatore e l’insegnante che pensano a quelli che, in gergo, vengono definiti i momenti di routine in realtà stanno pensando ai bambini perché stanno costruendo con loro relazioni calde ed empatiche; stanno accogliendo le emozioni che i bambini vivono nell’arco della giornata; stanno rispettando il corpo e la mente dei bambini, adottando atteggiamenti non invasivi ma rispettosi delle modalità individuali di ciascuno; stanno ascoltando i messaggi dei bambini che ci dicono che si fidano di noi o che hanno bisogno di ancora un po’ di tempo; stanno leggendo le storie dei bambini e riconoscendo gli stili di cui son portatori accogliendoli in modo non giudicante (pensiamo alle abitudini di cui ciascun bambino è portatore) e, soprattutto, stanno cercando strategie per garantire il benessere dei bambini, consapevoli del fatto che offrire loro questo modello educativo di cura permetterà ai bambini di sperimentarlo e di tradurlo nelle loro relazioni imparando a prendersi altrettanto cura degli altri.

Non da ultimo parlare con le famiglie di come i bambini al nido o a scuola vivono le esperienze nei momenti di routine, che cosa fanno, quali occasioni vengono pensate per loro, quali conoscenze e apprendimenti vengono sostenuti nel corso delle differenti situazioni in maniera più o meno diretta e, altrettanto, condividere con loro come ciascun bambino/a affronta anche emotivamente i momenti di cura rappresenta un’opportunità utile alla costruzione del dialogo e dello scambio tra genitori e con gli educatori e gli insegnanti, favorendo l’instaurarsi di una relazione di fiducia, garantendo una conoscenza vicendevole e promuovendo una reciproca interrogazione capace di permettere la costruzioni di nuovi e talvolta impensabili saperi.

 

Per i genitori

Il concetto di cura viene comunemente associato a quello di assistenza: quando si dice “curare” si fa riferimento quasi immediato alla cura di una malattia o di una fragilità qualsiasi.

Se si assume, invece, la prospettiva anglosassone di “to take care”, il prendersi cura si connota come un’azione che può riferirsi anche alla parte più “sana” e potente di sé e degli altri: “Prenditi cura di te stesso”, “Mi prendo cura dei miei interessi”, “Ho cura della mia casa”. Ecco a cosa facciamo riferimento quando parliamo della cura nei confronti dei bambini molto piccoli e dei figli in generale.

Nella primissima infanzia, la cura di cui i bambini hanno immediato bisogno è la cura fisica, la soddisfazione dei bisogni primari quali cibo, sonno e igiene personale.

Ma cosa fanno una mamma e un papà quando cambiano il pannolino al loro figlio o quando lo cullano per farlo addormentare? Si stanno davvero occupando esclusivamente dei suoi bisogni fisici o c’è dell’altro?

Gli esseri umani non crescono come gli altri animali del nostro pianeta. Non è sufficiente che i genitori si occupino delle prime cure per poi accompagnarli verso lo sviluppo di quegli istinti o di quei comportamenti che ogni specie deve acquisire per sopravvivere nel proprio habitat.

L’emersione dello “specifico umano”, ossia lo sviluppo della psiche e dell’affettività, passa attraverso una relazione lunga, lenta e progressiva, fatta di scambi di significati tra adulti “curanti” e bambini “accuditi”.

Quando una mamma e un papà stanno nutrendo, cambiando, lavando o addormentando la loro bambina o il loro bambino, stanno soprattutto alimentando il senso di sicurezza nei confronti del mondo esterno. Un mondo benevolo, o “sufficientemente buono”, che sappia rispondere a quei bisogni che non sono ancora intelligibili ai piccoli, che li vivono come generalizzati e diffusi su tutto il corpo.

Mentre i genitori si occupano della cura, parlando ai loro figli con tono affettuoso, a volte scherzoso, nell’assurda ma fondamentale convinzione che loro li capiscano, interagiscono anche con gli aspetti profondi della psiche dei bambini. Sì, perché è all’interno di quello scambio di sguardi, è in quell’alternanza di ritmi tra le parole della mamma e le vocalizzazioni dei bambini, che si genera il senso di “essere al mondo” e di percepirsi come un’entità unica che diviene via, via sempre più autonoma e attiva nei confronti della realtà circostante.

La relazione di cura, infatti, è un veicolo fondamentale per sostenere lo sviluppo dell’autonomia, intesa come capacità e possibilità di attivare strategie per soddisfare le proprie necessità, nella consapevolezza di avere risorse e limiti personali. Saper lasciare il tempo necessario affinché un bambino si allacci le scarpe, restituendogli un senso di fiducia in sé, ma restando al suo fianco, sempre disponibili a “ridurre le difficoltà”, significa offrirgli la possibilità sia di fare da sé sia di chiedere aiuto, laddove necessario. Autonomia, infatti, non significa autosufficienza. Autonomia è anche consapevolezza di aver bisogno dell’altro, in alcuni frangenti; è tensione verso l’interdipendenza con altri esseri umani nella ricerca della propria felicità e nell’aspirazione a continuare ad avere e a saper tramandare il desiderio di prendersi cura.


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