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Domande generative

di Elisabetta Marazzi

Pedagogista e formatrice

 

Chi lavora in ambito educativo si pone continuamente domande dando così a esse un’accezione autoformativa, ricercando responsabilmente le migliori soluzioni e strategie possibili.

  

Ma devo parlarne adesso?

Siamo in una scuola e un gruppo di bambini di 3, 4 e 5 anni con la loro insegnante sono seduti in cerchio e stanno chiacchierando di quello che hanno fatto il giorno prima e di quello che avrebbero fatto nel corso della mattinata. L’insegnante inizia a raccontare ai bambini che di lì a breve avrebbero fatto un esperimento e procede nella narrazione. A un certo punto uno dei bambini domanda “cos’è un esperimento?”. L’insegnante continua a raccontare dell’esperimento, ma all’improvviso si blocca e guarda il bambino che ha appena posto la sua domanda… l’adulto sembra chiedersi cosa sia meglio fare… fermarsi e ragionare sul concetto di esperimento, continuare a spiegare l’esperimento che tutti insieme avrebbero fatto, domandare ai bambini che cosa sanno degli esperimenti… tante possibilità diverse, tanti input che scorrono nello sguardo di un’insegnante che in quel momento sembra non sapere cosa potrebbe essere meglio fare. L’incertezza era tra quello che andava fatto (eseguire l’esperimento, l’attività) o la possibilità di sostare sugli interrogativi dei bambini. O forse l’incertezza era tra l’ascolto dei bambini con le loro curiosità e i loro desideri di conoscenza e la preoccupazione che seguire tali aspirazioni potesse essere rischioso per il timore di perdere il proprio ruolo e il proprio potere decisionale.

Talvolta noi adulti temiamo di perdere il controllo, di non essere certi di poter abbandonare lo sguardo programmatorio a favore di un atteggiamento progettuale, di pensare che la curiosità di un bambino non sia rilevante tanto quanto quello che abbiamo deciso di proporre.

Ma quando ci occupiamo di educazione – e in particolar modo di educazione in contesti educativi e scolastici per l’infanzia – forse dovremmo domandarci in quale relazione stanno tra loro controllo e fiducia, programmazione e desiderio di scoperta dei bambini, scelte predefinite e opportunità esperienziali, esplorative e di conoscenza, tempi filtrati dalle nostre idee e tempi reali e possibili.

Queste sono forse i molteplici pensieri che hanno affollato la mente dell’insegnate intenta a vivere l’esperimento con il suo gruppo di bambini. Ecco allora che l’adulto decide di riavvolgere il nastro, di fermare il tempo, di modificare una storia che sembrava già scritta… guarda i bambini e domanda: “Che cos’è un esperimento? Qualcuno sa cos’è?”. I bambini stanno in silenzio e così pure l’insegnante… nessuno parla, ma non importa, non c’è fretta… e dopo un po’ nuovamente la voce dell’adulto: “Allora facciamo così… proviamo a fare delle cose e poi vediamo insieme se riusciamo a capire che cos’è un esperimento!”.

L’insegnante ha scelto, ha deciso di aprire su un’occasione, su un interrogativo, di ascoltare quello che uno dei bambini ha rilanciato, ha preso in considerazione qualcosa che forse aveva dato per scontato, ha preferito incrociare il mondo della scuola con la realtà dei bambini senza necessariamente dare subito una risposta ma aprendo a una possibile indagine da sviluppare anche nei giorni successivi, ha optato per una strada che lei stessa non sapeva dove avrebbe condotto, intraprendendo la via di una pensata incertezza supportata da uno sguardo fiducioso e benevolo nei confronti dei bambini, uno sguardo che, se consapevolmente assunto, può portare a una rilettura dei contesti educativi e scolastici e a un ruolo di adulto contemporaneamente debole e forte… così come Loris Malaguzzi ci stuzzica a fare: “Se gli insegnanti non si pongono in una situazione di ascolto vera (consentita da una organizzazione del lavoro adeguata); se la didattica non si fa assorbire dalla vita; se non si argomentano e discutono le documentazioni tratte dai soggetti veri che abitano le scuole, difficilmente avremo una scuola rinnovata” (C. Edwards, L. Gandini e G. Forman, a cura di, I cento linguaggi dei bambini, Edizioni Junior, Bergamo, 1995).