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di Elisabetta MarazziPedagogista e formatrice

 

Chi lavora in ambito educativo si pone continuamente domande dando così a esse un’accezione autoformativa, ricercando responsabilmente le migliori soluzioni e strategie possibili.

  

Angolo simbolico... perché rifare un paese?

Proprio prima dell’estate sono andata in un asilo nido ligure; il gruppo di lavoro mi ha fatto vedere gli spazi di vita dei bambini e mi ha illustrato il progetto che ne accompagnava l’allestimento: ricostruire luoghi del paese in cui il nido si trova e in cui una parte dei bambini vive o che frequenta in virtù del nido. Al momento mi sono chiesta: perché tutto questo? Poi il personale educativo e la coordinatrice hanno iniziato a raccontare quello che era accaduto… I bambini nei mesi avevano arricchito il loro gioco simbolico rendendolo sempre più complesso, arrivando al nido e durante plurimi momenti della giornata esplicitavano verbalmente le cose che facevano con i genitori fuori dal nido (come andare a fare la spesa, dal benzinaio, vedere gli autobus di linea passare lungo la strada), con le educatrici avevano iniziato a uscire sul territorio andando a prendere il pane osservando tutto quello che accadeva intorno, si erano preparati per affrontare i loro momenti di uscita vestendosi da soli o con l’aiuto di adulti e pari e andavano elaborando quello che sarebbe accaduto loro di lì a breve o nei giorni successivi durante i momenti di gioco ed esperienziali. 

Dopo siffatte narrazioni tutto si è chiarito e il perché è stato immediato, una connessione di parole ha ridato senso a tutte le azioni compiute… spazi, progettazione, ascolto, autonomia e rete. Tra queste una in particolar modo sembrava essere immediata: “rete”, intesa dal punto di vista del territorio e della comunità in cui l’esperienza del nido si svolge e del valore relazionale che gli eventi assumono se non lasciati chiusi in se stessi, nella consapevolezza che “Il territorio costituisce lo spazio, lo scenario, lo sfondo sul quale il soggetto vive e si muove, […] l’ambiente nel quale l’individuo costruisce le proprie esperienze e le proprie relazioni, che influenza ed è influenzato dalle vicende che vi si realizzano” (S. Kanizsa, S. Tramma, Introduzione alla pedagogia e al lavoro educativo, Carocci, Roma, 2011). Così i bambini del nido sono usciti sul territorio, hanno visitato le botteghe che lo popolano e incontrato le signore della panetteria vivendo un’esperienza di forte radicamento rispetto alla quale ciascuno è stato capace di donare un sorriso all’altro e per cui il territorio si è sentito responsabile del benessere di un’infanzia vissuta e percepita e non solo conosciuta come vicina di casa. È allora questo il valore del territorio e della comunità intesa con le parole di Bauman per cui la comunità è “un luogo caldo, un posto intimo e confortevole”, dove sentirsi al sicuro, protetti. All’interno di questo “cerchio caldo” si respira un clima di fiducia e solidarietà reciproche: i membri della comunità possono sempre contare sulla simpatia e l’aiuto degli altri membri, in una condizione di naturale comprensione (Z. Bauman, Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari, 2001). 

Bambini e bambine che vanno in strada accompagnati dal forte pensiero progettuale delle educatrici, adulti che li accolgono avviando un dialogo in cui ciascuna delle parti è attiva e protagonista significa raccogliere la sfida, decidere di trasformare il territorio nel luogo che può realmente “produrre e risolvere problemi, un contesto nel quale i servizi […] dovrebbero essere orientati ad aumentare i livelli di benessere individuale e collettivo dei soggetti che in quello spazio/tempo vivono e si muovono” (S. Tramma, Pedagogia sociale,Guerini, Milano,2010)… significa costruire concretamente “rete”!